Famiglie segreti e verità

"È lontano il tempo del lago con gli amici, la cementeria è volata in un'altra dimensione, insieme alle biciclette e alle passeggiate al Parco del Nibbio. E le scazzottate sui gradini della scuola? Sono memoria. Ora Brando non è che l'ectoplasma di quegli avvenimenti. Perfino della sua agenzia non esiste traccia, non rievoca il colore dei muri o cosa rappresentano i quadri appesi. Tutto appare traslato in un'altra vita. Molteni lo fa chiacchierare per altri tre minuti. Era lì per metterlo al corrente di quella cosa che però non si è sentito di dirgli, ha preferito ascoltarlo e osservarlo. Ed è contento, perché ha avuto la possibilità di conoscerlo meglio. La monotona sirena, in maniera ostile toglie la parola a tutti: ci sarà un'altra opportunità ad aprile. Adesso per quella gente è tempo di andare a pranzo, quello buono, della domenica. E considerando che è Pasqua, sarà un banchetto ricco."

Nel suo romanzo d'esordio, Luca Pontecorvo da una forte impronta evocativa alle parole. Le famiglie si nutrono di segreti, le amicizie di verità; ognuno di questi capisaldi della vita riveste un ruolo fondamentale nella vicenda dei Borghi e dei Maestri, due nuclei della Como bene.

«Ma se fossi stato io? La pistola era nella mia mano!» A Como, negli anni ottanta, prima. A Lugano, trent'anni dopo.
Una condanna ingiusta. Brando è il tuono e la quiete, l'abisso e la vetta più alta, fin da bambino.
Gli eventi possono cambiare un uomo fino ad annullarlo. Le forze esterne possono farci giungere alla verità, quando energie e motivazioni scompaiono? Famiglie segreti e verità affronta paure, convinzioni, fragilità e la forza prorompente del suo protagonista.

Luca Pontecorvo Commento dell'autore

Care amiche lettrici e cari amici lettori, potrei raccontarvi quanti e quali (grandiosi) personaggi ci sono in questo libro, o potrei dirvi che la trama è fittà e ci sono diversi colpi di scena. O magari potrei portarvi alla lettura convogliando l’attenzione verso un finale non scontato o alcuni flashback inaspettati. Mi limito a farvi immaginare quante gastriti sono passate dallo scorso 5 novembre o quante notti ho passato in bianco con il male alle mani. Già. Scrivo ancora a penna e, lo so, sono un pazzo. Un pazzo ipovedente che ragiona ancora all'antica: se non c'è fatica, non esiste risultato. Quando anche il risultato in termini di buona scrittura ci sia, che non è scontato. Ma i dolori alle mani e agli occhi soprattutto, mi danno il polso della situazione... loro sono quel boccone che non vuole scendere né salire, che funge da spartiacque tra il proseguire e il mollare tutto. Chiamalo blocco dello scrittore (quanti ne ho avuti!), chiamala mancanza di concentrazione o carenza di idee. Ci sono giorni in cui vado fiero e griderei al mondo intero quanto questo mio romanzo sia il nuovo vangelo, ce ne sono altri in cui accartoccerei tutto e lo getterei dalla finestra. Un libro, un quadro, una poesia, qualsiasi cosa sia frutto di amozione (amore + emozione) e creatività ha bisogno di follia. Lo credo e lo grido da sempre. Senza una follia misurata non si arriva alla fine... e la fine è il momento in cui quel punto non ha davanti a sé null'altro. Ecco, quando arriva quel momento scompare tutto; dolore, stanchezza, noia, paura, rabbia. Dopo che ho visto passarmi davanti i personaggi della storia, dopo averli sentiti parlare tra loro lasciandomi fuori dai giochi, dopo che ogni incastro è andato al suo posto… soltanto allora posso respirare e lasciare andare qualche lacrima. Erano lì a gonfiarmi gli occhi, aspettavano il momento per liberarsi e guarirmi. Dopo, tutto torna al suo posto, la vita di sempre è dietro l’angolo e mi aspettava. Ma non sono sicuro di volerla la vita di sempre: vorrei tornare agli ultimi cinque mesi. Con un abbraccio, vi invito alla lettura. E starò lì ad aspettare per leggere i vostri pensieri. Luca Pontecorvo.

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