Scrivere uccide

Taormina. William, un giornalista della provincia siciliana, ha il vizio di scrivere racconti. Due di essi, ucronici, e a distanza di anni l'uno dall'altro, si realizzano tali e quali all'indomani della loro stesura (non della loro pubblicazione): uno sulla morte di Berlusconi e uno su quella di Saviano. William impazzisce, ma tenta lo stesso di scoprire cosa c'è sotto. Quale Male può nascondersi, infatti, dietro tanto potere? La mafia? Una setta? Una forza soprannaturale? Niente di tutto ciò? Ma soprattutto: quando tutto sembra perduto, cosa sarà disposto a fare il protagonista per riprendersi la sua vita, il libero arbitrio su di essa, per riappropriarsi, insomma, del suo destino di scrittore? William capisce che non gli resta che prendere di petto il Male, mettendo letteralmente la parola "fine” a tutto, inventandosi cioè un epilogo della sua stessa vita. Prima, però, deve raccontare tutto ciò che gli è successo. Solo così la sua uscita di scena avrà un senso. Quindi, ha bisogno di un testimone. Così, si affida ad un Lettore, che alla fine prenda in consegna il suo manoscritto, entri nella storia e la pubblichi, facendola conoscere ai posteri. La fine, tuttavia, non sarà così scontata come sembrava dovesse essere, come cioè se l'era immaginata William medesimo. Anzi, la scena finale rimette tutto in discussione, compresi i concetti di destino, fato e caso del protagonista, da cui partirà il sequel.

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