La città in riva al mare: Enzo Conte

Una doppia storia d'amore che si snoda nel tempo.

L’opera sin dal titolo, rivela un intento fortemente allegorico che risulta poi confermato dagli ulteriori indizi disseminati nelle pagine.
E’ il mare, e le città in riva al mare, lo sfondo su cui si proietta una vicenda che non può che avere i connotati di un viaggio. A conferma di questa impressione è la più volte evocata figura di Ulisse/Odisseo che, nell’ambivalenza del significato cui rimanda il nome greco e la sua traduzione latina, allude sia alla dimensione del ritorno, dell’approdo, che a quella dell’avventura nell’ignoto, della ricerca inesauribile di un senso.
Vi è, come appare chiaro, in questo, anche il coinvolgimento di due strutture psichiche che, in termini generali, possiamo indicare come tesa l’una alla rassicurazione, alla ricostituzione piena dell’identità, l’altra alla dissoluzione, alla perdita del sé, alla follia come esito possibile.
I due personaggi della storia, Antonella e Stefano, si cercano e si respingono, sono sempre in viaggio l’uno verso l’altro, l’uno lontano dall’altro cercando, di volta in volta, di ricostituire quel difficile equilibrio in cui consiste la vita.
L’esito di questo continuo processo del cercarsi e del perdersi è determinato dalle modalità nevrotiche con cui i due si rapportano alla realtà, la cui materialità è sempre sul procinto di dissolversi a contatto con il tempo che entrambi vivono in termini conflittuali e distorti dalla dimensione onirica in cui esso sembra precipitare.
“Ognuno si innamora del proprio sogno” dice Antonella, solo che il sogno, nel momento in cui riveste dell’alone del mito la storia d’amore che l’ha segnata nel passato e da cui non riesce a staccarsi, connota in senso drammatico e autocommiserativo il personaggio condannandolo al ruolo di una moderna Penelope cui il peso e l’urgenza del passato impediscono di abbandonarsi con fiducia e speranza a nuove esperienze. Questo determina, a sua volta, le forme di una drammatica autorappresentazione in cui, addirittura, violando ogni coordinata spazio-temporale, Antonella giunge persino a cogliere una iperbolica analogia tra il suo destino di donna amata ma abbandonata e quello tragico del popolo ebraico, popolo eletto, scelto e poi ‘riprovato’.
La complessità del personaggio femminile viene progressivamente accentuandosi nel momento in cui si appresta a tradurre, per la tesi della figlia, un antico manoscritto. Ben presto la donna si accorge che la storia narrata nell’antico documento riproduce, esattamente, come in uno specchio, la propria vicenda personale solo che a viverla è un giovane costretto all’esilio da un amore impossibile. Ma le cose si complicano quando si accorge che il testo presenta numerose interpolazioni, che molte parti sono state raschiate per fare posto ad altre storie e raccontare altri destini. La stessa identità del protagonista è coinvolta nel nuovo palinsesto e altri infelici amanti del passato diventano testimoni dell’eterno ripetersi dell’uguale a conferma di quanto già gli stoici e poi Nietzsche avevano intuito. Nell’interscambialità dei destini Paolo, il giovane scriba distolto dai suoi studi teologici dall’infausta passione d’amore, si dissolve nelle plurime possibilità che, di volta in volta, alludono ad Abelardo, a un templare, a Torquato Tasso, in una sorta di avventura labirintica alla Borges che finisce per modificare la natura stessa del romanzo che, uscendo dalla dimensione meramente psicologica, assume le caratteristiche di una meditazione su ciò che di universale c’è nelle esperienze dell’uomo e sul carattere soggettivo della dimensione del tempo, di un vero e proprio racconto philosophique.
Infatti anche il tempo può essere riscritto, come un palinsesto, e ciò che è accaduto non è un definitivo fardello di malinconia e tristezza chiamato a determinare in maniera ineludibile il futuro.
Il passato può essere ricostruito, nuovi ricordi possono essere selezionati e nuove coordinate possono determinare il tempo f

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