P.U.B.: Parole in un boccale

Il vero protagonista del romanzo è il pub, ambiente vario ma compatto, luogo d’incontro di un gruppo di eccentrici personaggi, molto diversi fra loro eppure legati da una passione comune: bere, allo scopo di dimenticare, raccontare o divertirsi. Il pub diviene il pretesto per raccontare storie di vita e di delusioni, di passioni e vendette, dal punto di vista dell’onnisciente narratore- protagonista: M, oste e proprietario, spettatore dello strampalato teatro che ogni sera gli si rivela, tra birre, deliri, battute, confessioni e filosofia spicciola, ma talvolta sagace. Come una cloaca e un gigantesco ossimoro, il pub ospita pensatori e barboni, studiosi e spacciatori, le cui storie sono tragiche ma comiche, fallimentari ma gloriose. Allo stesso modo, il linguaggio oscilla tra lo scurrile, il gergale e l’impegnato, le tematiche tra il serio ed il faceto, tra la discussione filosofica, la confessione e il racconto. Il lettore conoscerà così le vicende di alcuni personaggi di rilievo, narrate tramite brevi spezzoni che le illustrano e le mischiano, riprendendole in seguito per mostrarne lo sviluppo: il Leggen, inguaribile donnaiolo e giocatore d’azzardo, patologicamente innamorato di una dama di tela; il professor T, borioso uomo d’affari edonista e cinico, che pagherà caro la sua cattiveria; l’irriverente Nova, ragazza in cerca di una direzione, amante della Russia e stregata da Dostoevskij, sino ad assumere il cupo tormento dei suoi antieroi; Edus e Gianni, strana coppia che nasconde un segreto che sfocerà in un dramma ai limiti del surreale; l’affascinante pittrice Silvia, mangiatrice di uomini, disposta a tutto per diventare qualcuno. Tra ricordi, racconti, colpi di scena e persino una delirante setta mistica, il romanzo oscilla tra realtà e finzione iperbolica allo scopo di strizzare l’occhio al grande teatro, grottesco e patetico, che è la vita. Alla domanda di fondo, alleggerita dall’essere una “domanda da pub”, ovvero se l’esistenza abbia un senso, l’implicita risposta potrebbe essere che non c’è, ma che vale la pena di vivere, non fosse altro che per potersi fare beffe della vita stessa.

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