Io ce la potevo fare

Che cosa ha in comune un “genietto” del calcio come Antonio Cassano con Eddie Irvine o con un tennista tutto genio e, soprattutto, sregolatezza come Pat Cash? Il fatto di essere – o essere stati – dei grandi sportivi, dei campioni, ma in una maniera tutta loro, unica, originale.
Di essersi fermati, per caso e a volte per scelta, a un passo dalla gloria, ma non con l’animo del perdente, semmai con l’orgoglio di avere imboccato una strada diversa per entrare nella Hall of Fame senza dover diventare per forza dei numero uno.

È con questo spirito che si devono ripercorrere le storie di questi quindici campioni dell’occasione perduta, del talento “quasi” sprecato, di carriere scandite da qualche serata al pub in più e molti allenamenti in meno, da un sogno di riscatto finito male. Storie grottesche a volte, come quella di Chuck Wepner, che per soli 19 secondi vede svanire il sogno di finire in piedi il match con Muhammad Ali, ma il cui coraggio sul ring suggerisce all’allora giovane e sconosciuto Sylvester Stallone il film Rocky. Altre volte tristi, come quella di Angelo Jacopucci, che sul ring vedrà invece infrangersi non solo l’agognato titolo di campione europeo dei pesi medi ma la sua stessa vita. Storie in cui la malinconia della sconfitta viene riscattata da una gloria non meno duratura – il ciclista Poulidor, l’eterno secondo amato dai francesi più dell’“eterno primo” Anquetil – o dal gusto per una prodezza magari fine a se stessa – i dribbling imprevedibili di Zigoni che era «meglio di Pelè» – ma che per un attimo strappa anche a noi lettori, dopo tanto tempo, l’applauso riservato ai veri vincitori.

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