Origine (La cultura)

Quando, agli inizi degli anni settanta, Botho Strauss si trova a fare i conti con la morte del padre, la prima reazione è: silenzio.
Nel tempo scrive Origine, rispondendo a un’urgenza che, trasposta sulla pagina, ha la forma di un fluire di parole che mal sopporta di irreggimentarsi in una struttura sintattica – punti, virgole, periodi rivelano la loro nuda arbitrarietà davanti a un dolore inqualificato e inqualificabile. Scrive ma non pubblica: conserva invece il manoscritto, per quarant’anni lo modella perché i contorni, pur senza perdere la spigolosità scabra della prima stesura, assumano la nitidezza e guadagnino la sorvegliatezza che sono destinate a diventare, nel mondo letterario, le qualità più celebrate della sua prosa.
Scrittore e drammaturgo fra i più importanti del secondo Novecento, nel confrontarsi con una perdita così oscena da non poter essere affrontata che per lampi, Botho Strauss rievoca dapprima i vestiti distinti del padre, l’attenzione scrupolosa alle buone maniere, la rispettabilità borghese dei rituali domestici, la disciplina divenuta da carattere intima essenza, la serietà nell’avvicinarsi al lavoro, tanto quello farmaceutico – che da sempre rappresentò la fonte di sostentamento della famiglia – quanto la scrittura, che Eduard Strauss con rigidità praticava guardando al grande vate della letteratura tedesca, Thomas Mann, come modello in cui specchiarsi.
Solo in un secondo momento, e quasi per ribellione, l’indole si fa corpo: allora lo sguardo di Botho Strauss si posa sulle mani del padre, grandi, ferme, e le mani salgono a coprire un volto solcato da rughe, con l’occhio coperto da una benda – eredità della Prima guerra mondiale – che lo fa rassomigliare a Odino, incarnazione di uno spirito germanico che è solidità, fermezza, orgoglio. Lavoro quotidiano, fatica sopportata stoicamente. A queste mani, alla loro ruvidezza, al loro tremolio, Botho Strauss torna spesso: le tiene accanto, le stringe, trova in loro una sicurezza e una forza che gli sembrano aver lasciato il mondo.
Se i corsi e i ricorsi della memoria imprimono a Origine un andamento ondivago e frammentario, memore di Virginia Woolf, è la lingua impiegata da Strauss a garantirne la coesione interna, e l’eccezionalità nel panorama contemporaneo: superando in un unico gesto artistico monologo teatrale e romanzo d’intreccio e aprendosi invece alla poesia, che sola può rappresentare «l’eruzione vulcanica del ricordo», Strauss contagia il lettore con la propria vita, senza fornire altro antidoto al vivere che il vivere stesso.

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