La vita non vissuta

Valerio è in Abruzzo, al paese, per una visita sulla tomba del padre, ma al cimitero, fra gli angeli di gesso, e sotto lo sguardo spaventato della vecchia zia che subito invoca il santo protettore dalla peste, si accascia per un malore improvviso, una forte febbre. Stanchezza, stress è la diagnosi del dottore – che lui subito traduce nella parola “amore”. Perché il suo rapporto con Paolo, conosciuto qualche mese prima e per il quale ha lasciato all’istante moglie e figlia, è tormentato: l’amante è geloso, insicuro, accaparrante. Le parole sono la vocazione di Valerio, da professore di Lettere classiche di fama sa pesarle con cura, eppure ancora non immagina quanto quella traduzione istintiva del suo breve malessere sia esatta: la febbre, scoprirà poi, non è che la prima manifestazione del virus che Paolo, sieropositivo, gli ha trasmesso.
Per settimane continua a non sospettare nulla, ignora ciò che è già accaduto, e ha al contrario la sensazione di avere finalmente cominciato a vivere, di potersi infine abbandonare all’amore. Soltanto mentre si trova già negli Stati Uniti per tenere un corso all’università, una telefonata di Paolo lo avverte del possibile contagio; quindi la corsa in una clinica per gli esami del sangue, la conferma dell’“invasione”, la scoperta dell’irreparabile.
Valerio si ritrova malato e scopre in Paolo un estraneo, dubita di lui, dubita di sé, perdona o finge di perdonare, si arrabbia, si dispera, si illude, e soprattutto inizia un viaggio alla scoperta della sua nuova identità, respinta e infine accolta, perché “una storia nasce quando mancano le parole, quando le definizioni non significano abbastanza. Infatti, che cosa possono mai significare Hiv, Aids, sieropositività, immunodeficienza per uno che vuole raccontare la sua vita?”.

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