Il futurismo tra cultura e politica: Reazione o rivoluzione?

Un secolo fa, nel febbraio 1909, veniva dato alle stampe il Manifesto con cui nasceva una delle ultime avanguardie artistiche: il futurismo. Scritto da Marinetti insieme a un piccolo gruppo di artisti e letterati, segnava l’inizio di un tragitto che avrebbe visto intrecciata indissolubilmente la vicenda del movimento a quella del suo fondatore, tra contraddizioni e cedimenti, generosità e opportunismi. Primo movimento a teorizzare e praticare una concezione “totalitaria” dell’azione culturale, il futurismo espresse subito una forte passione politica: mossi da una vigorosa istanza modernizzatrice, i futuristi cantarono le «masse agitate dal lavoro e dalla sommossa», e la guerra, «sola igiene del mondo», e le «belle idee per cui si muore», e il «disprezzo della donna», ma anche la sua emancipazione. La fase “eroica” si esaurí con la Grande Guerra, che condusse poi Marinetti all’abbraccio fatale con Mussolini. Il sodalizio con il Duce fu portato avanti con cieco accanimento dal leader futurista, che partecipò a tutte le guerre mussoliniane: il “teppista” era diventato uomo di potere, l’avanguardista, che voleva chiudere musei e accademie, indossava feluca e spadino da “accademico d’Italia”. Aderí all’estrema manifestazione del fascismo, la Repubblica Sociale Italiana: solo la morte, nel 1944, gli impedí di giungere all’onta della disfatta senza onore del regime fascista. Il libro – che offre una ricca antologia di testi – affronta i temi principali del rapporto tra futurismo e politica, anche alla luce delle analisi di A. Gramsci, mettendone in luce i diversi, contraddittorî aspetti, dando spazio alle componenti di sinistra del movimento, ben presto emarginate.

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