Paese senza cappello

Paese senza cappello è la storia di un ritorno: il ritorno di Vecchio Osso a Haiti, dopo vent’anni di esilio trascorsi tra Montréal e Miami, in fuga dalla dittatura di Duvalier figlio. Il paese, in apparenza, sembra lo stesso. L’odore del caffè è lo stesso, come i manghi maturi che si spaccano a terra, la bellezza ieratica delle donne che ondeggiano con le ceste sulla testa, l’azzurro senza incertezze del cielo, le schermaglie tra la madre e la zia. Come gli amici, rimasti fedeli alla loro giovinezza. E la povertà, brutale e violenta, la “continua cacofonia”, il “disordine permanente”, le paure e le credenze ancestrali che il potere manipola a piacimento. Ma c’è qualcosa di inatteso che si insinua nel ritorno di Vecchio Osso: incuriosito dalle allusioni e dalle mezze parole bisbigliate in casa e per strada, si ritrova coinvolto in un’indagine sui morti che continuano a vivere, sugli zombie haitiani, sui fantasmi che abitano il quotidiano. E mentre le storie si susseguono inarrestabili, il racconto che Vecchio Osso batte sulla sua Remington cattura mirabilmente il caleidoscopio di immagini dissonanti, umori e visioni dell’isola stregata dal vudù.

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Port-au-Prince, 12 gennaio 2010. Un boato improvviso – sembra il rumore di un treno in corsa, la raffica di una mitragliatrice – e la terra che si scuote per un lungo, interminabile minuto. Dany Laferrière è seduto a un tavolo dell’hotel Karibe insieme a un amico. La corsa verso il giardino, il panico, il rumore sordo dei palazzi che crollano al suolo. Il silenzio. Comincia da qui il racconto d...