L'età definitiva

“L’assunto è banale: ogni uomo e ogni donna appartiene a un anno preciso, un tempo perfetto, in cui il proprio volto è realmente suo; per il resto della vita, ognuno non fa che inseguire quell’età o rimpiangerla: ecco, quindi, la donna col viso dei dodici anni, le gote gonfie e indecise, lo sguardo né infantile né adulto, condannato ai dodici anni e costretto ad andare oltre; oppure il bambino col broncio del quarantaduenne, l’espressione disillusa tra gli occhiali e il labbro, la noia per lo sgocciolio del tempo”.Nico Chimenti è un trentatreenne ferito, lacerato dall'assurdo che lo circonda. Il passaggio all’età adulta per lui si compie mentre tutto l'esistente torna ossessivamente all’anno della morte del gemello (il 1992, l'anno delle stragi di Palermo e del suo personale trauma): i compagni di scuola, la musica e il pallone, le prime ragazze. Dentro questo passato inquieto, in cui il protagonista vive dondolando un po' come Lo straniero di Albert Camus, riemergono i segreti di una famiglia spezzata dall'età definitiva, quella della morte di suo fratello gemello Leo, evento che ha cambiato la sua vita per sempre.La voce di Nico mima le voci di un'Italia che si frantuma e si sfalda in una miriade di mondi irreali, di sogni e di incubi, di delusioni e di solitudini, e in cui l’amore si presenta ora sotto forma di salvezza, ora d'illusione: “Le isole non stanno da sole, le isole si cercano, tendono a mettersi insieme, e quindi fanno gli arcipelaghi, come delle costellazioni. Infatti neanche le stelle, nel cielo, stanno da sole. Però questo è un altro discorso”.La prosa di Giuseppe Schillaci “si muove forse tra i due modelli opposti ma non incompatibili di Vincenzo Consolo (prosa lirica, musicalità estenuata) e Leonardo Sciascia (prosa antiretorica e manzoniana)”, ha scritto Filippo La Porta in merito al fortunato esordio dell'autore, L'anno delle ceneri. Ne L'età definitiva Giuseppe Schillaci conferma questo talento ricreando i tempi e le atmosfere del nomadismo individuale contemporaneo e restituendo un dipinto cinematografico dell'Italia, in particolare di Palermo e di Roma: simboli del decadimento ma anche di una mai rassegnata ricerca d'identità.

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