Giacomo Leopardi - Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani

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Giacomo Leopardi - Discorso sopra lo stato presente  dei costumi degl'Italiani
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6 luglio 2015
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Dall'Introduzione di Alfio Squillaci - Nel tratteggiare il carattere del comune amico Alfonso Longo, così scriveva Alessandro Verri al fratello Pietro, il 30 marzo 1768: "Il fondo non è cattivo, ma v'è dell'inquietudine, della vanità, del falso spirito, della bassezza e perfino è italiano e semi-gesuita. Il senso morale è di pochissima energia in tutti e due i casi ".

(Il fatto che un lombardo nello scrivere ad un lombardo di un altro lombardo gli desse dell'italiano, legando l'epiteto, che sicuramente non è elogiativo, al vero e proprio insulto - siamo in epoca illuminista -, di semi-gesuita, ci informa sulla percezione che già si aveva nel '700, tra la nostra intellighenzia, della nozione di italiano. Stupisce ancor più che essa abbia di già acquisito quelle qualità fisse - fiacchezza di senso morale, doppiezza, bassezza che ci sembravano di più recente tradizione, e che, pervenute immutabili fino ai giorni nostri, costituiscono lo schizzo al carboncino di quella "maschera" antropologica dell'italiano di cui Alberto Sordi è l'ultimo e sublime interprete).

Nello stesso anno della lettera di Verri usciva in Inghilterra e in inglese a mano di Giuseppe Baretti uno dei primi saggi di osservazione sugli italiani scritto da un italiano: An Account of the manners and customs of Italy in cui lo scrittore torinese rettificava piccato alcuni giudizi sugli Italiani del viaggiatore Samuel Sharp (Letters from Italy) .

Qualche decennio prima Carlo Goldoni scriveva una commedia "di carattere", La vedova scaltra, in cui metteva in scena un italiano, un inglese, uno spagnolo e un francese in competizione per la conquista della mano di una bella vedova. Bel copione brillante, ma anche preziosa informazione sulle prime comparazioni che si venivano facendo in quell'Europa - già avvezza ai paralleli antropologici col «buon selvaggio» e alle prese con marce "turche" e lettere "persiane", anche sui costumi intraeuropei, ossia sui «caratteri nazionali». Le singolarità di un popolo sono l'oggetto di queste osservazioni come, ai giorni nostri, accade nelle più comuni barzellette dove, data una situazione tipica, vengono chiamati a confrontarsi l'italiano, il francese, l'inglese, il tedesco di turno e ognuno "risponde" secondo una tipizzazione del carattere, che spesso è un pregiudizio o uno stereotipo, ma che nell'intenzione di chi racconta è un tentativo seppur rudimentale di dirci qualcosa di profondo, di "noumenico", di quei popoli chiamati in scena a recitare il proprio carattere.

Prima dunque che Giacomo Leopardi prendesse la penna per dirci in prosa, brutalmente, come siamo fatti, la percezione del carattere dell'italiano aveva occupato l'ingegno di molti letterati europei di prim'ordine e tenuto desto lo spirito di osservazione di una fitta schiera di viaggiatori che, tra Sei e Settecento, giungevano nel Bel Paese col proposito di completare la propria formazione "classica" grazie alla formidabile esperienza del Grand Tour. Ma se partivano co-storo con programmi culturali di sopralluoghi fra capitelli abbattuti e colonne smozzicate del Foro romano, soprattutto se ne tornavano in patria, atterriti e soddisfatti, dopo passaggi perigliosi tra lerce locande ed emozionanti agguati di briganti, con taccuini pieni di massime antropologiche come quella del Grosley: «L'Italie est le pays où le mot 'furbo' est éloge»

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