Un angelo migliore (I coralli)

«Storie straordinarie, bellissime, indimenticabili. Al pari di Kafka, Poe e Salman Rushdie, Adrian sa bene che il modo migliore per dar vita al meraviglioso è scriverne realisticamente».
«The Boston Globe»

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Nei nove racconti di questa raccolta, scritti fra il 1997 e il 2007, il naturale si mescola con spontaneità al soprannaturale, l'umano al demonico. La fisicità è prepotente in ogni storia e le malattie del corpo si affiancano a quelle dello spirito - lutti, abbandoni, solitudini - a disegnare una geografia del dolore, spesso infantile, dentro al quale il trascendente s'innesta con esiti sorprendenti. Chi si aspettasse di ritrovare nell'angelo che dà il titolo alla raccolta l'immacolato emissario divino dell'iconografia classica resterebbe deluso. L'essere alato in questione si abbiglia in modo astruso, non disdegna l'occasionale dose di stupefacenti, ed è tanto restio o inabile ad aiutare il medico tossicomane di cui è custode, quanto questi lo è ad alleviare il male terminale che affligge suo padre. Allo stesso modo, è inutile cercare nelle piccole creature tormentate dei racconti il malatino fragile ed emaciato dell'immaginario comune. I bambini di Adrian sono intelligentissimi, «troppo per il loro stesso bene», disincantati, capaci di adoperare armi affilate. Quella del sarcasmo, fra le altre: la minuscola Cindy, affetta da Sindrome dell'intestino corto, ne fa largo uso con medici e pazienti dell'ospedale, ma risparmia le educatrici perché maltrattare loro «è come prendere a calci un cagnolino». Carl, il bambino scambiato, conosce le leve del senso di colpa. E c'è chi le lame le sceglie davvero. Il potere visionario della polarità terreno- ultraterreno raggiunge il suo apice nei tre racconti che riverberano l'11 settembre. L'impatto di quell'evento sull'inconsapevole e plasmabile materia infantile deflagra in un'altra realtà, ma impartisce nel contempo un'indimenticabile lezione su questa. Difficile non leggere in filigrana il dato biografico. L'esperienza di Adrian, oncologo pediatrico e teologo, oltre che scrittore, si riversa evidentemente in questi racconti, come in tutta la sua opera, con potenza e capacità evocativa, ma senza alcun dogmatismo. L'anima di una donna in coma, dopotutto, non è che «la parte di lei che non coincideva con quel corpo malato».

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