Ultima favola (La cultura)

Una vecchia signora ha sintonizzato la sua antenna sull’Aldilà per ascoltare ogni sera i concerti dei defunti; muore il «Caruso del Tirolo» e non ci sono abbastanza soldi per una bara di prima mano; due coniugi inarrestabili collezionano memorabilia d’autore – le pastiglie di Penna, i sigari di Bo – da offrire agli ospiti; un intransigente educatore cattolico viene trovato nella stanza di un postribolo, in un lago di sangue: sono queste le notizie di cui scrive Ottavio sull’Eco delle Alpi, e questi i racconti che, dopo la morte dell’amata A. e su suggerimento del suo psicoanalista, annota in un diario, insieme ai ricorrenti incubi di madonne sanguinanti e uomini in nero che scavano buche sulla spiaggia. Ottavio è angustiato da un senso di colpa che corrompe qualsiasi esperienza, in particolare gli incontri con altre donne, immancabilmente consegnati dalle sue nevrosi a esiti improbabili e imbarazzanti; e soffre con acutezza una doppia prigionia: nel mondo chiuso e paludato della piccola provincia italiana tutta casa chiesa e conventicole – superficialmente linda, inamidata, inappuntabile, ma in realtà avvelenata da meschini sotterfugi, odi, taciute perversioni – e in uno squallido lavoro giornalistico: all’Eco delle Alpi, anche un inserto a colori su una varietà di formaggio può trasformarsi in un catalizzatore di subdole ripicche. Per quanto doloroso, Ottavio trova requie solo nel ricordo di A. Nel suo ricordo e nel desiderio impossibile di vivere con lei un’ultima favola. Riconosciuto come uno dei più importanti romanzieri italiani contemporanei, Francesco Permunian ipnotizza il lettore con il contrasto sconcertante fra la sua prosa deliziosamente levigata e l’abiezione morale che mette in scena, consegnando alla pagina l’istantanea impietosa di un presente grottesco e di un’Italietta volgare e conformista. La sua Ultima favola assume spesso i contorni torbidi, sulfurei, di un incubo, ma non cessa mai di ammaliare – come ogni favola che si rispetti.

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