La scatola del signor Hulford (La cultura)

Farid è un giornalista di origini irachene. Dopo anni di assenza torna a Baghdad per seguire le prime elezioni democratiche dopo la caduta di Saddam. Nel tentativo di recuperare una scatola sepolta nel giardino della sua vecchia casa, un suo amico viene ucciso. Shaimà sta attraversando il deserto diretta a Baghdad. Con sé ha un po’ di soldi. È sicura che saranno suffi cienti per trovare qualcuno disposto ad aiutarla, qualcuno in grado di liberarla dalla vita che porta in grembo. Tim è un soldato americano, tornato dall’Iraq a causa di una ferita riportata in un’esplosione. Un giorno riceve un’e-mail da un commilitone: un loro compagno gli ha spedito i nastri girati durante i pattugliamenti a Baghdad e si è impiccato. Tre personaggi, tre destini che si incrociano in una Baghdad da incubo e che si compiranno dall’altra parte del mondo, in un paesino sui monti Appalachi, dentro una vetrinetta del motel del signor Hulford, dove sono conservati alcuni cimeli dell’11 settembre. In una scatola di latta. Alcuni dicono che la scatola si mette a luccicare quando il signor Hulford la posa sul petto delle persone. A volte, quando dorme, il signor Hulford sogna che nel motel viene il diavolo per rubargli la scatola.
È un uomo servizievole e gentile, il diavolo. Li voglio tutti, dice, dammi tutti i peccati che ci sono dentro quella scatola. Ma il signor Hulford non si spaventa mai, e sussurra al diavolo le parole di Dylan Thomas: E la morte non avrà più dominio.
Creare un autentico romanzo nel nostro tempo, nell’era della post-globalizzazione e della sconcertante favola a cui la espone il nuovo mondo trasformato: è la promessa riuscita di questo racconto che si insinua e persiste, dilaga in quell’immersione che è la lettura di un’opera artistica compiuta, e quindi necessaria. Se la risposta della letteratura ai tempi di crisi è sempre ambigua e spesso si avvale di una difesa strenua della complessità, a volte facendosi illeggibile e respingente, Giorgio Taschini sceglie la strada di una narrazione apparentemente piana, esplosa al rallentatore, orizzontale e ubiqua, che rimbalza da una Baghdad descritta con precisione satellitare a un’America talmente realistica da risultare onirica, e introduce in un’atmosfera straniata, che quotidianamente viviamo perché da decenni la vediamo su qua lunque schermo. E schermo privilegiato è la letteratura, che con il suo eterno racconto ammalia e muta la percezione del mondo, e accoglie le esistenze che sembrano chiedere una redenzione qualsiasi al mistero stesso in cui sono immerse.

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