Quel..."criminale" di mio padre

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Quel..."criminale" di mio padre
Autore
antonio Perucatti
Pubblicazione
5 febbraio 2013
Categorie
Ero nato da pochi mesi quando ci sono arrivato e lì ho vissuto per alcuni anni, godendo dell’inquietante bellezza del posto e del grande senso di umanità dei suoi abitanti. Devo subito confessarvi che essi avevano una particolarità: erano stati tutti condannati all’ergastolo per almeno un omicidio. Conservo ricordi precisi, indelebili, di quel periodo e non riesco proprio a tirarne fuori di episodi negativi. Siamo agli inizi degli anni cinquanta quando a dirigere il penitenziario fu chiamato mio padre, Eugenio Perucatti, che si prese da subito l’impegno di trasformare quel lugubre carcere, definito dal patriota Settembrini “tomba dei vivi”, in un istituto di riabilitazione morale. Mancava tutto lassù, dall’energia elettrica alle fogne, all’acqua corrente e spesso d’inverno il maltempo ci isolava dal mondo anche per settimane. Duecentocinquanta i detenuti “ospiti”, che trascorrevano il loro disperato tempo rinchiusi in celle anguste ; a loro era concessa soltanto un’ ora d’aria, da consumare in un cortile circolare, diviso a spicchi da pareti che garantivano il totale isolamento. Ho avuto la fortuna di passare molti anni della mia infanzia, tra partite di pallone e lezioni scolastiche, con questa gente che ha contribuito ad educarmi, riempiendomi di attenzioni, di affetto, di regali. Soprattutto ho avuto la fortuna di essere testimone, insieme a tanti altri bambini, di qualcosa di straordinario e stupefacente che stava accadendo: la radicale trasformazione dell’ex prigione borbonica a penitenziario modello di autogoverno, dove gli attori primari sono stati proprio loro, gli amici ergastolani. Hanno dato tutto sé stessi per dimostrare al loro padre putativo Eugenio ed ai suoi collaboratori che erano degni della fiducia accordatagli. Duecentocinquanta operai che uscivano dalle celle appena dopo l’alba e rientravano al tramonto, per offrire alla comunità civile dell’isola tutti quei servizi più moderni che in precedenza erano del tutto mancati. Oltretutto coltivavano la terra “a terrazze” fino al mare, come in Liguria, e non disdegnavano di occuparsi dei giardini che inondavano l’isola di profumi inebrianti, dai pini marittimi, agli oleandri in fiore, come pure ai roseti ed alle estese bouganville. A Santo Stefano si produceva anche per altre carceri, grazie al lavoro di una settantina di tessitori che cucivano lenzuola ed abiti – rigorosamente a strisce – e dei produttori di scarpe.
Il progetto di mio padre era assolutamente trasgressivo; le leggi di allora non consentivano simili trattamenti, ma i risultati furono del tutto in linea con le aspettative. Qualsiasi ospite era il benvenuto su quello “scoglio” bruciato dal sole e poteva toccare con mano che razza di comunità ci viveva sopra. Si alternarono figure istituzionali di primo piano, laiche e religiose, giornalisti di testate tra le più eterogenee, insigni cultori della scienza penale, calciatori e personaggi dello spettacolo. Ognuno di loro denotava qualche difficoltà a distinguere i carcerati dai carcerieri; addirittura un colto professore mandò i suoi saluti al “vicedirettore” che in realtà era un degno “testimonial” di quel metodo rieducativo, ergastolano anch’egli ma… molto perbene e colto.
Ho sentito quasi il dovere di scrivere un libro su questa importante storia di “umana redenzione”, per dare un contributo di testimonianze, molto documentate, che mettano in seria discussione la disumana situazione delle carceri di oggi, aggravata dalla tortura del 41 bis e dal ripugnante ergastolo ostativo. Ritengo che non esista crimine al mondo che consenta ad uno Stato di dimenticarsi del percorso rieducativo: qualsiasi reo che si sia meritata la dura condanna dell’ergastolo nello stesso tempo ha il diritto di ravvedersi e percorrere la strada della riabilitazione, lunga quanto si vuole ma non eterna.

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