Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta

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Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta
Autore
Massimo D'Azeglio
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Pubblicazione
26 maggio 2014
Categorie
Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta by Massimo D'Azeglio



Al cadere d'una bella giornata d'aprile dell'anno 1503 la campana di San Domenico in Barletta sonava gli ultimi tocchi dell'avemaria. Sulla piazza vicina in riva al mare, luogo di ritrovo degli abitanti tranquilli che, nelle terricciuole dei climi meridionali specialmente, sogliono sulla sera essere insieme a barattar parole al sereno per riposarsi dalle faccende del giorno, stavano col fine medesimo dispersi in varj gruppi molti soldati spagnuoli ed italiani, alcuni passeggiando, altri fermi, o seduti, od appoggiati alle barche tirate a secco, delle quali era ingombra la spiaggia, e, com'è costume delle soldatesche d'ogni età e d'ogni nazione, il loro contegno era tale che pareva dire: il mondo è nostro. Di fatto, lasciato loro il campo migliore, si tenevano i terrazzani in disparte, dando così a questa loro burbanza tacita approvazione. Chi per figurarsi questo quadro si volesse rappresentare una simile radunata de' nostri soldati moderni nella loro misera uniforme, sarebbe lontano assai dall'averne una giusta immagine. L'esercito di Consalvo, le fanterie specialmente, quantunque le meglio in arnese, e le migliori di tutta cristianità, non conoscevano però, più di qualunque altra milizia del secolo XVI, la stretta disciplina moderna, che è giunta a render simili un soldato all'altro dalle scarpe al cappello. Qui invece, ogni uomo che facesse il mestier dell'arme a piede o a cavallo, poteva vestirsi, armarsi ed adornarsi come più gli piacesse; onde nasceva fra questa turba una mirabile varietà e vaghezza nelle fogge, ne' colori e nel portamento, dal quale si poteva facilmente conoscere a qual nazione appartenesse ogni individuo. Gli Spagnuoli, per lo più serii, immobili, atteggiati da bravacci, ed avvolti (o com'essi dicono embozados) nella capa nazionale, dalla quale si vedeva uscir per di sotto la lunga e sottil lama di Toledo; gl'Italiani loquaci e pronti al gestire, in sajo od in farsetto colla daga pistolese appesa dietro le reni.

Al sonare della campana era cessato il susurro, e scomparendo la maggior parte de' cappelli, le teste eran rimaste scoperte, perchè in quel tempo anche i soldati credevano in Dio, e talvolta lo pregavano. Dopo piccola pausa tornarono a luogo i cappelli, ricominciò il bisbiglio; e benchè quella turba presa insieme avesse al primo aspetto un non so che di gajo e di vivace, si poteva tuttavia facilmente avvedersi, girando fra i diversi crocchi, esservi un motivo comune di tristezza e di scoramento, al quale erano volte le menti e le parole di tutti. Infatti il motivo era vero e possente. La fame cominciava a farsi sentire fra i soldati ed anche fra gli abitanti di Barletta, ove il gran Capitano, aspettando i tardi ajuti di Spagna, teneva chiuso l'esercito di troppo inferiore a quello dei Francesi perchè s'arrischiasse commetter la somma delle cose alla fortuna d'una giornata.

Tre lati della piazza erano chiusi da certe povere case di marinaj e pescatori, dalla chiesa e dall'osteria. Il quarto s'apriva alla marina, ingombro, com'è costume di tali luoghi, di barche, reti e di altri attrezzi pescherecci; ed all'ultima linea dell'orizzonte si vedeva sorgere dal seno delle acque la bruna forma del monte Gargano, sulla cui vetta andava morendo l'ultimo raggio del sole cadente.

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