LO SCIALLE DELLA GIOCONDA

Leonardo da Vinci, ormai prossimo alla conclusione dei suoi giorni nel Castello di Cloux concessogli dal Re di Francia Francesco I, interpellato dal suo allievo Francesco Melzi circa l’identità della modella del dipinto noto come “Gioconda”, inizia un lungo racconto partendo dal suo soggiorno presso il Ducato di Milano a servizio di Ludovico il Moro. L’allievo è incuriosito dalla particolare attenzione, quasi morbosa, di Leonardo per quel dipinto, gelosamente tenuto presso di sé e mostrato soltanto a pochissime persone, fino alla vendita al Re per una somma ingente. Il racconto si rifà a recentissimi studi sul dipinto nei quali si documenta il lombardo – veneto quale ambito al quale si riconducono sia la enigmatica modella sia l’inusuale sfondo. Non solo, questi studi convergono nel collocare il periodo di esecuzione tra il 1499 ed il 1500, quando Leonardo abbandona Milano dopo la fuga di Ludovico il Moro e si avvia verso Venezia. Leonardo ripara a Vaprio d’Adda e, in attesa di essere accolto a Venezia, soggiorna presso una delle proprietà di una nobile famiglia molto ben introdotta a Venezia. Qui incontra una esponente della famiglia, figlia illegittima, con la quale cresce progressivamente una “affinità elettiva”. Egli, accompagnato dall’amico matematico frate Pacioli, prosegue nei suoi studi e riprende il pennello per completare l’abbozzo di dipinto iniziato a Milano per il Moro, schizzato su carta, ma rimasto incompiuto. Il quotidiano conversare con la giovane donna consente a Leonardo di spiegare molte delle ispirazioni all’origine delle sue opere, non sempre comprese dai suoi committenti; il suo pensiero sulla appartenenza al regno delle scienze della pittura nonché articolate riflessioni sulla condizione umana. Egli partecipa alla vita del piccolo borgo in cui è ospite assistendo allo scontro tra i Domenicani ed i Disciplini sulla istituzione dell’anno santo da parte di Alessandro VI, papa di discussa moralità. Il rapporto con la ragazza diventa delicatamente intenso tanto da convincerla a posare per trasferire l’abbozzo su tavola integrando le fattezze della cortigiana milanese con i moti d’animo espressi con tutta naturalità dalla nuova modella. Senza tralasciare di introdurre nel dipinto gli stigmi propri della connotazione sociale delle cortigiane, imposti dalle leggi suntuarie. La vicenda conosce una conclusione inaspettata e questa spiega la ragione per la quale il dipinto assume per Leonardo un significato del tutto particolare. Il romanzo, la cui struttura portante si rifà agli studi citati, ricostruisce con un approccio del tutto verosimile, un periodo della vita di Leonardo del quale gli unici riferimenti testimoniali sono lo sfondo di due dipinti, la “Gioconda” e la “Madonna dell’Aspo” e tre disegni nei quali sono riprodotti scorci paesaggistici del Lago di Iseo e del fiume Oglio. Il racconto e i dialoghi del romanzo, rimandano al pensiero di Leonardo quale traspare dai suoi scritti: il Trattato della Pittura, gli scritti letterari, le favole, le facezie ed altri ancora. Sandro Albini

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