Voglio l'America (I canguri)

Inizio anni ottanta. Lui è arrivato a New York da solo, con un borsone rosso a tracolla, una macchina per scrivere portatile, mille dollari in tasca e il sogno di conquistare gli Stati Uniti, almeno per un po’: “Vado, sistemo l’America e torno”. È un provinciale italiano appena uscito dall’Università che si è messo in testa di fare il giornalista fra i grattacieli di Manhattan, affascinato dai romanzi di Bukowski, dai film di De Niro, dalle mille luci di Broadway. Ma come spesso accade, la realtà è molto meno romantica della fantasia: nessun giornale pubblica le sue corrispondenze, per sopravvivere deve distribuire i volantini pubblicitari di un topless-bar, rubacchia nei negozi, telefona a scrocco, si nutre di zuppe in scatola e decisamente non ci sono luci attorno a Hell’s kitchen, la “cucina dell’inferno”, il quartiere portoricano dove con gli ultimi soldi che gli sono rimasti ha preso in affitto uno squallido appartamentino. Finché l’arresto di John Gambino, “padrino” di una delle famiglie di Cosa Nostra che controllano il crimine organizzato in città, segna una svolta nel suo destino. Tra loft di artisti squattrinati e discoteche in cui si va tutti insieme alla toilette, interviste con Steven Spielberg negli studios di Hollywood e balli con Gina Lollobrigida in cima al Rockefeller Center, compagni di sbronze che guidano i turisti in sex-tour notturni e l’amore per Angie, un’italoamericana che sembra timida e indifesa ma non lo è affatto, vola via un anno pieno di sorprese. Lasciandolo, alla fine, con due questioni fondamentali da risolvere: seguire il consiglio che gli dà con una strizzata d’occhio l’attore John Cassavetes, ovvero sposare Angie prima che qualcun altro gliela porti via? E soprattutto, una volta “sistemata” l’America, rimanere lì o tornare a casa? Meglio l’Empire State Building o la Torre degli Asinelli?Una storia di vita vissuta appassionante come un romanzo, un inedito autoritratto di Enrico Franceschini, corrispondente di “la Repubblica”: che alla fine ha scelto l’Empire State Building e, dopo New York, Washington, Mosca e Gerusalemme, scrive oggi da Londra.

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