Crimini di Salotti Marci

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Crimini di Salotti Marci
Autore
Enrico Francot
Pubblicazione
1 ottobre 2014
Categorie
Protetti dallo scudo del politicamente corretto, donne belle di mezza età e uomini di rango elevato sono attivi in traffici illeciti di opere d'arte, di prodotti agricoli di qualità e di giovani donne vendute a ricchi e potenti in giro per il mondo che un tempo si chiamava tratta delle bianche. I traffici sono strumenti di riciclaggio di proventi di contrabbando di armi nei paesi con guerre civili e stupefacenti nel mondo occidentale. Connivente la ricca borghesia del denaro e dell’intelletto.

Invitato da un’amica di gioventù, nella primavera del 2013 un settantenne colonnello dell'Interpol in pensione passa un weekend in un palazzo – Villa Bevilacqua – tra latifondi a vigne e ulivi alle porte di Firenze. Deve scrivere un saggio sull’emotività degli Italiani per un editore inglese. Deve fare anche un piacere a un amico che gli ha chiesto di fare luce sulla scomparsa della propria giovane figlia, convinto com’è – ai bordi della paranoia – che più ci si avventuri tra l’alta borghesia più facile sia trovare indizi per crimini commessi da altri borghesi.
A Villa Bevilacqua il vecchio ufficiale si trova nell’inattesa situazione di scoprire i lati oscuri e incestuosi degli ospiti, tutti irreprensibili intellettuali borghesi. Scopre che governano a piacimento omuncoli e donnette irretiti in loro potere – in passato e ancora nel presente – e possono manipolarli impunemente, fino ad assumere su di loro diritto di vita e di morte: alcuni muoiono davvero, in circostanze misteriose, subito archiviate come casi di morte accidentale o per opera di ignoti che ignoti resteranno per sempre.
La forza a danno dei miseri alla loro mercé deriva dall’essere, i burattinai, tutti consanguinei tra loro per disinvoltura sessuale dei loro padri e madri in gioventù e dall’essere molto protetti da politici ex amanti delle signore del giro, sia delle madri sia delle figlie.
È un giallo in cui il colpevole è un assassino diffuso: è la consanguineità.
In Villa Bevilacqua tutti sono incrociati padri e madri, e figli e figlie. La consanguineità è così intricata da farsi traccia del giallo, pista che l’investigatore fa fatica a mettere a fuoco ma che non può non seguire. Fino al scoprire l’assassino. Ma l’assassino è la consanguineità stessa e l’investigatore deve arrendersi. Non soltanto perché se ne parlerà verrà ucciso: questa è l’esplicita minaccia fattagli balenare con gran garbo da uno dei capostipiti della vasta famiglia.
Ma anche perché la consanguineità non è arrestabile, perseguibile penalmente. L’investigatore si trova davanti a un criminale evanescente, così evanescente che non può essere messo dietro le sbarre. Neanche se ha commissionato omicidi veri e propri. Non si può sbattere in galera il mandante di delitti i cui esecutori – senza mandante, perché evanescente – diventano fantasmi anche loro.
Punito – e penalmente perché lui è in carne e ossa – viene però l’investigatore che ha osato scoprire i legami di parentela tra i protagonisti, tutti finti tonti o cinici, ma tutti responsabili. I magistrati fiancheggiatori degli Affari di Famiglia lo costringeranno all’esilio.
Il romanzo è di formazione, con pagine kafkiane e con la passione per le descrizioni di paesaggi e personaggi a imitazione di taluni grandi romanzi russi.

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