Mosè guardia municipale

“La vita di questo buon rabdomante racchiude una tragedia terribile. Egli fu vittima infatti...” La frase chiude il “prologo” del racconto e apre la scena alla narrazione della vicenda personale di carattere giudiziario che drammaticamente ha investito la vita di Mosè, guardia municipale e rabdomante.
Anzi, un “buon rabdomante”, dove l’aggettivo “buono” pare alludere non tanto - o meglio non solo – all’abilità con cui Mosè esercita quell’antica pratica divinatoria, quanto piuttosto evocare la dimensione valoriale della personalità del protagonista, fatta di fragilità, insieme ad una sostanziale onestà.
La narrazione si muove su due piani: quello della vicenda giudiziaria, drammaticamente ingiusta per l’esito a cui giunge nei confronti di chi è estraneo ai fatti; e quello delle relazioni familiari, dove la famiglia emerge quale luogo di legami “veri”, risorsa capace di resistere agli eventi e reagire agli stessi, fino a provocare una revisione positiva degli esiti della vicenda. Secondo giustizia. “perché la gente vuole ancora avere fiducia nella giustizia. Così deve essere. Come potrebbe essere diversamente?”.
Mariella Mazzucchelli

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