Incontro col comunista (Piccola biblioteca Adelphi)

Nella Milano dell’ultima guerra, l’amore fra un operaio metallurgico e una signora borghese. Lei è una giovane vedova che vive in un ambiente agiato, blandamente colto, e scrive romanzi descrivendo «in centinaia di pagine l’amore delle sue simili», ma senza averne molta esperienza; lui è membro del partito comunista clandestino, brusco, aspro, determinato, uno sconcertante prodotto del «connubio fra le università popolari e il sistema Bédaux, fra Hegel e l’ingegner Diesel». Mettendo in opera già in questo testo, databile fra il 1949 e il 1955, il suo mirabile dono mimetico, Morselli ci racconta questa storia dalla parte della donna, come diario di una scoperta esitante – e poi sempre più appassionata. Per la protagonista, questo amore imprevisto significa abbandonarsi a un mondo nuovo, estraneo, su uno sfondo di scali ferroviari e di cortili di periferia, che finisce per preferire agli aggiornati arredamenti del suo ‘ambiente’, accennato da Morselli con felici tocchi satirici. Per il comunista, l’amante è un nemico borghese da conquistare, da piegare, con tutte le conseguenze involontariamente comiche che ciò può avere. Così, in un gioco alterno di ironia e amarezza, si disegna il conflitto ben noto della «differenza di classe» nell’amore. E si direbbe che Morselli si diverta a sviluppare un tema tanto usurato per ricavarne poi due ritratti sorprendenti. Il suo operaio, intanto, non ha nulla di santimonioso, né i soliti connotati del rude uomo semplice: anzi, è al tempo stesso ingenuo e ambiguo, a suo modo contorto e sfuggente. Quanto alla narratrice, Morselli ne ha fatto sin dalle prime righe uno dei suoi personaggi capillarmente vissuti dall’interno, che suonano sempre ‘giusti’ nelle loro divagazioni e idiosincrasie. Ma soprattutto colpirà la precisione con cui è raccontato il rapporto fra questi due esseri, attratti proprio da quella distanza che tentano poi rabbiosamente di eliminare.

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