La Certosa di Parma, La Badessa di Castro

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La Certosa di Parma, La Badessa di Castro
Autore
Stendhal
Pubblicazione
25 gennaio 2013
Categorie
Due romanzi che esplicitano l'amore di Stendhal per l'Italia, che il grande scrittore ebbe modo di apprezzare personalmente durante la campagna napoleonica in cui combatté come soldato.
Fu particolarmente innamorato di Milano, tanto da far scrivere sulla sua tomba nel cimitero di Montmartre a Parigi un'epigrafe in italiano: "Arrigo Beyle – milanese – scrisse, amò, visse anni 59, mesi 11, morì il 23 marzo 1842”.
Si parla di vicende storiche del nostro paese, l'una ("La Certosa di Parma") coeva all'autore, l'altra ("La Badessa di Castro") narra di una vicenda rinascimentale.

Dall'introduzione a "La Certosa di Parma":
"Questo racconto fu scritto nell'inverno del 1830, in luogo distante da Parigi trecento leghe. Molti anni prima, quando i nostri eserciti scorrazzavan l'Europa, il caso mi pose in mano un biglietto d'alloggio per la casa d'un canonico: s'era a Padova, fortunata città in cui, come a Venezia, godersi la vita è la prima e maggior occupazione e non lascia tempo a sdegnarsi di vicinanze fastidiose. Il mio soggiorno si prolungò e il canonico ed io diventammo buoni amici.
Verso la fine del 1830, ripassando per Padova, corsi alla casa del buon canonico: era morto, e lo sapevo; ma desideravo rivedere il salotto dove avevo passato tante gradevoli serate, cosí spesso rimpiante. Vi trovai un suo nipote e la moglie, i quali m'accolsero come un vecchio amico; altri vennero, e ci si separò molto tardi; il nipote del canonico fece portare dal Caffè Pedrocchi un ottimo zabaglione. Ma quel che soprattutto ci tenne desti fu la storia della duchessa Sanseverina, alla quale avendo un de' presenti accennato, il padrone di casa si compiacque di raccontarla tutta intiera per me.

Da "La Badessa di Castro":
"Traduco questa storia da due voluminosi manoscritti, uno romano e l'altro fiorentino. Con mio gran pericolo ho osato riprodurne lo stile, che somiglia a quello delle nostre vecchie leggende. Lo stile così fine e così misurato del nostro tempo mi pare che non sarebbe andato d'accordo con le azioni raccontate e soprattutto con le riflessioni degli autori. Questi scrivevano verso il 1598. Chiedo venia al lettore per loro e per me.
"Dopo aver narrato tante storie tragiche, - dice l'autore del manoscritto fiorentino, - finirò con quella che più di tutte mi fa pena a raccontare. Parlerò di quella famosa badessa del convento della Visitazione a Castro, Elena di Campireali, del cui processo e della cui morte tanto si parlò nell'alta società romana e italiana.
Verso il 1555 i briganti già spadroneggiavano nei dintorni di Roma: i magistrati erano venduti alle famiglie potenti. Nel 1572, che fu l'anno del processo, Gregorio Tredicesimo, Boncompagni, salì il soglio di Pietro. Questo santo pontefice riuniva in sé tutte le virtù apostoliche; ma si è potuta rimproverare qualche debolezza al suo governo civile: egli non seppe né scegliere giudici onesti, né reprimere il brigantaggio; s'affliggeva dei delitti e non aveva la forza di punirli..."

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