Nel Nome di Roma

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Nel Nome di Roma
Autore
Ivano Accettura
Pubblicazione
27 dicembre 2012
Categorie
“Officium nostrum estne Matthee?”
“Officium nostrum est Benedicte, mi frater, mi frater, mi frater!”
Con questo dialogo asciutto e perentorio, quasi a suggellare il compiersi di un evento atteso e dolorosamente vissuto da due fraticelli nell’antica certosa di Trisulti nel basso Lazio, si chiude il romanzo storico avventuroso di Ivano Accettura un Medico di famiglia al suo primo cimento letterario.
La narrazione prende le mosse dal “Dies irae” di Tommaso da Celano e trova un supporto nella maledizione scagliata da Didone contro Enea e i suoi discendenti, espressa nel noto episodio del 4° libro dell’Eneide.
E’ il 21 aprile del 2014.
Dopo una passeggiata archeologica “tra i bianchi templi spogliati e i colonnati infranti” di Roma, quattro ricercatori universitari ed un ingegnere elettronico si ritrovano nella villa del prof. Emilio Rosati sull’Appia antica dove il padrone di casa, con animo turbato e commosso, comunica loro di aver scoperto nel papiro ercolanese portato dall’amico dott. Micheli, una pagina autentica di Tito Livio riguardante la notte tra il 2 ed il 3 agosto del 216 a.C. in cui sette cavalieri romani, sfuggiti alla strage della battaglia di Canne, sanciscono con un patto di sangue il loro giuramento di fedeltà alla “Res publica romana”.
Con non minore commozione, rivela pure di aver letto in un codice della certosa di Trisulti, di un’altra notte quella tra il 2 e 3 agosto del 410 d.C. in cui, secondo San Girolamo, sette giovani nobili romani, riuniti intorno a Papa Innocenzo, sanciscono con un altro patto di sangue la loro fedeltà a Roma e, dopo aver consegnato al Pontefice uno scrigno contenente una pergamena ed una chiave a forma di vomere, si lanciano nella mischia contro i barbari.
Vengono tutti massacrati dai visigoti di Alarico eccetto uno Olconio che, rifugiatosi nella terra natia di Pompei, lascia inciso su una colonna della palestra della città sepolta sotto le ceneri del Vesuvio
un quadrato magico fatto di parole palindrome.
Intanto, l’Impero romano d’Occidente cade e il barbaro Odoacre ne invia le insegne all’imperatore d’Oriente Zenone.
Ritenendo non casuali i nessi e le corrispondenze di taluni eventi e situazioni, i giovani intraprendono una specie di caccia al tesoro irta di ostacoli e pericoli che li porta da Roma a Costantinopoli, da Costantinopoli a Azio e poi di nuovo a Roma a San Giovanni in Laterano e infine, alla grotta dei Lupercali dove, tra tuoni e fulmini ed altri fenomeni di terra e di cielo, con il rinvenimento del tesoro dei Cesari, non solo trova soluzione l’enigma di Olconio ma avviene anche
l’autodistruzione della mala genìa di Didone. Questa, immedesimandosi ora in Annibale, ora in Alarico, ora nell’umile frate Matteo, cerca di impedire il fatale divenire di quella “romana humanitas” “che ha dato il suo spirito al mondo ed ha improntato l’Italia di sua gloria”.
Nello svolgimento dell’azione non mancano apparizioni magiche, premonizioni, fenomeni astronomici ed esoterici, ma il contesto narrativo serve di pretesto all’autore per manifestare il suo amore viscerale per Roma e la sua storia.
Tale amore viene espresso nella descrizione partecipe e commossa delle albe e dei tramonti sulla città, nella presentazione precisa e puntuale dei luoghi e dei monumenti ma anche e soprattutto, nella intestazione latina dei singoli capitoli derivante dagli studi scolastici o da letture e ripensamenti personali. Il che costituisce l’aspetto più nuovo e originale del romanzo.
La chiarezza del dettato consente una lettura piacevole e distensiva, mentre la varietà dei toni narrativi: dal comico al drammatico, dal magico al mediatico, dal thriller al poliziesco, se da un lato ci permette di cogliere una accentuata capacità inventiva, dall’altro ci induce a nutrire una concreta
speranza:”Cras ingens iterabimus aequor”( Orazio, Odi I, 7°) “ Domani riprenderemo il vasto
mare.”

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