Daimon (Esto miles fidelis)

Giulia Foscarini è un’archeologa molto determinata nel dimostrare la propria convinzione che il Cristianesimo, storicamente parlando, sia stata un’impostura. Cristo, sostiene, non fu che un mito, e così le figure dei quattro Evangelisti. Quando il più importante storico delle religioni e nemico dichiarato del Cristianesimo viene trovato crudelmente assassinato nelle oscure grotte alchemiche di Torino, toccherà a lei, fatalmente, condurre fino alla fine una ricerca storica incredibile: la vera identità del corpo custodito nella basilica di San Marco a Venezia. Chi fu a portare quel corpo a Venezia, e quando?
Nell’ombra che cresce alle spalle di Giulia agisce uno dei massimi professionisti del male che il mondo abbia allevato.
Dalla contemporaneità all’antichità classica, attraverso l’alba dell’età crociata e dello splendore della Repubblica di Venezia, un’avventura nei segreti dell’origine del Cristianesimo, alle radici del male e alla ricerca dell’eternità.

«Daìmon non è un thriller ma è, come indicato in copertina, un "meta-thriller". Meta significa oltre: c'è dunque il thriller, il leggere per scoprire chi ha ucciso e ucciderà e, ciò che più importa, perché. Ma c'è, oltre a tutto questo, l'oltre: principalmente il gusto per la disgressione alessandrina/joyciana/gaddiana (si parva....) che è l'essenza stessa dello scrivere e del narrare. C'è il "cambio di marcia" dalla narrazione strumentale, tecnica, finalizzata allo scopo (il massimo di resa col minimo sforzo linguistico), la narrazione che è propria della fiction da bagno e da sdraio, a un "fare letteratura" contemporaneo che necessariamente, nella complessità di oggi, non rende semplice, lineare, unitario cioè che è complicato, multiforme e multitasking. C'è uno scrivere non-pornografico, inteso per pornografico quello scrivere falsamente contemporaneo che è scontata voyeuristica somma di atti e azioni quali li mostrano il cinema e la tv. C'è una lingua che è pensata e ri-pensata, tutt'altro dal linguaggio mediatico sciacquettato dei "rise di cuore" e delle "incipienti calvizie" dei narratori da liquoroso premio letterario. C'è l'aristocratico non compiacere la pubblica pigrizia, a cui si imbandisce persino un poemetto in distici indiani. Ci sono, infine, come afferma un raro grande scrittore italiano, i "buchi" oltre che il "pieno": chi non li ama, codesti buchi, meglio se legge altrove.»

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