L'ultimo ballo nella città proibita

Per una ragazza povera della provincia americana, a inizio Novecento la Cina era un posto da romanzo, raggiungibile solo con la fantasia. Ma per Agnes Smedley, figlia di un minatore del Missouri, la Cina fu una casa, una ragione di vita, un ideale per cui combattere. Nonostante le origini umili e la mancanza di un regolare corso di studi, diventò una delle voci più autorevoli del giornalismo americano del primo Novecento, entrando in contatto con personaggi di spicco della scena politica internazionale, da Nehru a Mao Zedong. Contestata e chiacchierata per le sue idee radicali e progressiste e il suo spirito libero e trasgressivo, dava scandalo tanto per il coraggio con cui criticava l'establishment conservatore, quanto per i suoi numerosi amanti. Persino i suoi nemici ammiravano la dialettica e il carisma con cui infiammava gli animi degli interlocutori. Gli amici ne sottolineavano la lealtà e la passione con cui abbracciava una causa, che si trattasse di reperire fondi e medicinali per i reduci della Lunga Marcia, o di insegnare balli occidentali ai leader comunisti (pare che Mao amasse molto il fox-trot). Quando negli Stati Uniti iniziarono a soffiare i venti del maccartismo, fu accusata di spionaggio e i suoi libri sparirono dalla circolazione. Morì sola e dimenticata nell'Occidente che l'aveva rinnegata, e le sue ceneri furono accolte con cerimonia solenne a Pechino, nel Cimitero dei martiri della rivoluzione. Fino ad allora, però, era stata artefice e protagonista del proprio destino: una parabola appassionante in cui rivive un'intera epoca, una vita che si legge come un romanzo.

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