Da Quarto al Volturno

Annotando giorno per giorno i fatti dell'impresa dei Mille, Abba non vuole né esaltare né glorificare gli eroi che di quei fatti sono stati protagonisti; lo scrittore si abbandona al suo nativo gusto del narrare. Domina un clima di leggenda, una leggenda non fuori della vita, ma nella vita, qualcosa come la purezza dei miracoli negli scritti dei mistici trecenteschi, che sembrano cose d'ogni giorno. Tutta l'impresa si svolge in un clima di mirabile esaltazione, per nulla artificiosa, dove ogni fatto avviene perché deve avvenire. Così può giustificarsi il tono fiabesco di certi passi che sottolineano il verificarsi di circostanze apparentemente fuori d'ogni umana possibilità e che il narratore, divenuto davvero umile cronista, si limita a constatare, immerso anch'egli in quest'aria di favola stupenda. Ma tali risultati miracolosi sono ottenuti con interventi umani; ché umanissimo è l'eroismo dei Mille, umanissimi il loro sacrificio e la loro fede, ben radicato nella terra lo stesso eroismo di Garibaldi, un eroismo ricco di sfumature ardite e malinconiche, brucianti e pensose, uomo e mito insieme, semidio anche quando ha la semplicità d'un re pastore, uomo anche quando col suo inatteso e miracoloso intervento determina l'esito di una battaglia o segna le linee di un'azione, che poi si svolgerà come egli ha previsto. In questa continua oscillazione tra quotidiano e miracoloso, tra apoteosi e realtà, oscillazione che volta a volta diviene sublime identificazione e limpida fusione di toni apparentemente divergenti, nell'aver saputo creare insieme un linguaggio da leggenda e da narrazione cronachistica per dar vita al suo mondo di fiaba e d'umanità consiste il miracolo di questo libro.

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