Vittorio Emanuele II (La storia e i suoi protagonisti)

Il 18 febbraio 1861 fu convocato a Torino il primo Parlamento italiano. Il 17 marzo dello stesso anno, il nuovo Stato (formatosi in seguito alla cessione della Lombardia al Piemonte e ai plebisciti con i quali l'Emilia-Romagna, le province del Centro a esclusione del Lazio, e l'intero Meridione avevano accettato di confluire sotto Casa Savoia) assunse formalmente il nome di Regno d'Italia.
Dopo tredici secoli, da quando le invasioni dei longobardi avevano avuto come effetto la spartizione della penisola, l'Italia tornava a essere politicamente unita e passava nelle mani di un unico sovrano: Vittorio Emanuele II di Savoia.
Celebrato assieme a Garibaldi, Mazzini e Cavour come uno dei Padri della Patria, Vittorio Emanuele II ha avuto senza dubbio un ruolo di primo piano nel processo di unificazione nazionale. Non fece mancare il suo contributo alla causa della libertà e dell'indipendenza della nazione, distinguendosi sul campo di battaglia per valore e determinazione ogni qualvolta le circostanze lo richiedessero.
Nel 1849 seppe difendere con caparbietà e fermezza lo Statuto albertino e la bandiera tricolore contro le pretese dell'Austria che ne chiedeva l'abolizione, conquistandosi così il soprannome di «Re Galantuomo».
Dieci anni dopo, nel mese di gennaio del 1859, quando con fierezza e coraggio dichiarò in un famoso discorso alla Camera dei Deputati di non essere insensibile al «grido di dolore» che da tante parti d'Italia si levava verso di lui, dimostrò di saper essere il re di tutti gli italiani prima ancora di diventarlo.
Eppure, il «racconto» del sovrano valoroso e risoluto che ha contribuito a dar vita a una vera e propria mitologia nazionale (fatta di eroi che mal sopportano di rivelare il loro tratti più umani e forse più veri), non può essere separato da quello del personaggio colto nella sua quotidianità, con i suoi molti difetti e le meno numerose virtù.
Vittorio Emanuele era coraggioso e intraprendente, ma anche guascone, sfacciato e imprudente; era generoso e di buona compagnia, ma anche intemperante e irascibile. All'austera vita di corte e alle lunghe e impegnative riunioni politiche, preferiva senz'altro le battute di caccia e gli incontri galanti.
La difesa del Parlamento e delle libertà costituzionali doveva essere certo perseguita, ma solo a patto che non intralciasse il destino suo e quello di Casa Savoia. E il destino che, almeno da un certo momento in poi, riconobbe a se stesso e alla sua dinastia fu quello di «conquistare» ad una ad una tutte le province della penisola per rendere l'Italia «una, libera, grande e felice».
La sua «missione» si compì nel 1870, con la presa di Roma. In quell'occasione confidò a un suo ministro: «Non mi resta altro che spararmi un colpo di pistola; per gli anni che mi rimangono da vivere non ci sarà nient'altro da prendere!».

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