Non vuol dire dimenticare (Romanzo nel cassetto Vol. 4)

Siamo nel 1989 e, con un volo Linate-Zagabria, inizia un viaggio negli Stati Uniti. Per il protagonista, che è l’Io narrante di un romanzo scritto in prima persona, si tratta di un momento epocale. Va in un paese che ha conosciuto prevalentemente attraverso i libri e il cinema e lo fa per inseguire un sogno d’amore nel quale non è certo di credere. Va solo: il suo mondo si è dissolto e cerca di costruirsene uno nuovo. È in compagnia delle sue canzoni, che lo aiutano a convivere con gli stati d’animo. Ma, a poco a poco, finirà con il dover mettere i piedi per terra. Il sogno d’amore non si rivelerà qualcosa in cui credere, ma nella California del Sud e a New York, inizierà la dolorosa transizione verso una fase nuova della vita. Il testo è scritto in un linguaggio che rappresenta le persone che vengono da una educazione cattolica un po’ invasiva, che sono cresciute abbastanza privilegiate, che non hanno mai fatto troppa fatica a scuola. Anche il protagonista si è lasciato alle spalle i privilegi, per farsi largo da solo. Il romanzo rappresenta l’impatto che gli Stati Uniti potevano avere su un europeo del 1989. Descrivendo un mondo nel quale ancora non c’era internet e il protagonista si stupisce delle centinaia di canali via cavo che vede grazie al televisore del Motel. In fondo, non è poi vero che i ventenni degli anni ’80 erano così diversi da quelli del terzo millennio.

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