LE PRIGIONI di CLOCK

Un libro di narrativa composto da dieci racconti preceduti da un antefatto. Quest’ultimo si ramifica in cinque spazi internarrativi, collocati come una vera e propria cornice dell’opera, tra il primo e il secondo racconto, il terzo e il quarto, il settimo e l’ottavo, l’ottavo e il nono, e alla fine del decimo. Con la precisa funzione “metrica” di anticipare le mosse del racconto a seguire o di tirare la cerniera a quello che è venuto prima. E anche, segretamente, di annodare inizio e fine, per confondere, in una ciclicità onirica e simbolica, racconto e racconto, protagonista e antagonista, ai fini precisi dell’edificazione di una visione del mondo discreta quanto efficace.

Le prigioni di Clock propongono un impianto borgesiano e boccacciano, mi si perdoni l’ardito confronto, il quale lascia nello scorrere dei fili narrativi “un senso di inquietudine”. Gianfranco Manetta è un abile scrittore, nonché sceneggiatore e regista teatrale, che si è cimentato nel “tentativo di ricostruire – com’egli stesso asserisce – una visione quasi totale della persona, attraverso il protagonista che rappresenta la fantasia nella ricerca dei tasti neri del pianoforte, ossia le parti più nascoste, quelle riconducibili agli archetipi e al pensiero primitivo”. Un’esistenza esemplare, un ego che si sfaccetta nell’intrecciarsi di più filettature narrative avvolte entro un gomitolo che riflette il moltiplicarsi di questa identità individuale nei vari modi di essere che la compongono. La metafora letteraria del viaggio diviene allora un movimento di discesa interiore che, infrangendo quei modi di agire e pensare cristallizzati “dalle censure della logica della prestazione”, accompagna il lettore alla scoperta della immensa ricchezza di possibilità della fantasia umana, intesa quale facoltà di dare origine al nuovo attraverso l’arcaico sostrato dinamico e universale degli archetipi.

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