Dante e le "Donne d'amore": Gemma, Beatrice e le altre

Oggi come oggi forse a parecchie persone potrebbe sembrare bizzarro che noi ancora nel 2015 - a 750 anni dalla nascita del poeta - si vada a mettere il naso negli affari privati di Dante, oltre che in quelli letterari, e a indagare perché, dopo aver desiderato altre donne, abbia poi veramente amato per tutta la vita solo Beatrice, che però non fu sua moglie e nemmeno la mamma dei suoi tre, o forse quattro, figlioli.
La “Beatrice” che, a detta di molti, neanche esistette, essendo solo un fantasma poetico del suo illustre innamorato.
Certo, può essere davvero irrilevante nella vita sapere che la moglie del nostro maggiore poeta era un’altra e che si chiamava Gemma; ma può essere istruttivo chiedersi come mai noi, pur sapendolo, consideriamo del tutto “normale” e assodato associare al nome di lui quello della diafana Beatrice, a sua volta - a detta di molti altri - moglie d’un tale Simone, mentre della legittima consorte di Dante non sappiamo un bel niente (anche perché lui s’è ben guardato dal nominarla almeno una volta).
Non è per una forma di pruderie che ci spingiamo a immischiarci in questioni di tal genere, con lo scopo di andare a deplorare che Dante amasse una donna - vera o virtuale che fosse - diversa dalla moglie, ma perché può essere quanto mai interessante considerare le “ragioni” per cui non si veda niente di disdicevole, da parte di nessuno, nell’«unione» Dante-Beatrice, “consacrata” non solo dall’arte di lui (il che rientra nell’umano principio dell’agire pro domo sua), ma anche da quella, cospicua nei secoli, di tanti altri artisti, oltre che da tanti esegeti ispirati dalla poesia della Commedia.
Né basta dire che Beatrice, per Dante, è solo l’«angelo» che avvicina a Dio; ché per quello poteva essere sufficiente un pio fraticello.
Si tratta, piuttosto, di “provare”, attraverso le testimonianze degli stessi testi danteschi, come l’amore per Beatrice potesse passare per assolutamente “legittimo” e pressoché “normale” solo attraverso l’operazione, culturale e ideologica, del mascheramento letterario di esso reso possibile dalla diffusione e dal riuso della «visione del mondo» e di una nuova «funzione dell’arte» affermatesi soprattutto nei territori dell’antica Francia del XII e XIII secolo.
Un’operazione intelligente e ardita, che richiedeva altissime capacità di conciliare le istanze laiche d’oltralpe, perfino libertine per l’Italia d’allora, con una tradizione religiosa cristiana profondamente radicata nel nostro Paese.
Voglio dire che il mascheramento, da parte di Dante, del suo amore per Beatrice (non importa se donna reale o solo poetica) non è, alla fine, assolutamente un’operazione ‘ipocrita’ per celebrare, senza conseguenze, la sua passione adulterina verso una donna che non era sua moglie.
Sostengo, piuttosto, che le costrizioni dei matrimoni combinati dalle famiglie nobili, nel Medioevo, prescindevano totalmente dall’amore tra i coniugi ‘designati’ e spingevano, quanto meno, ad “adulteri mentali” (o ‘sognati’, che è lo stesso; ovvero, a “matrimoni virtuali” come quello di Dante e Beatrice); sicché, era abbastanza comprensibile, e tacitamente ‘accettato’, che il cosiddetto amore ‘vero’ non potesse trovarsi che al di fuori del matrimonio.
Sarebbe, però, ipocrita da parte nostra, invece, a prescindere da questo e al di là del fatto che lui si sentisse, intimamente e in buonafede, più ‘sposato’ con Beatrice che con Gemma, non dire apertamente che la ragione per cui la coscienza collettiva, quella di ieri come quella di oggi, accetti la perfetta [...]

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