Alice (Supercoralli)

Perché Lula tiene sul tavolo una fotografia del brigantino francese Alice, naufragato nel 1909 alla foce del Columbia River, Oceano Pacifico? Alice è anche la password che custodisce il suo diario dentro un computer. Piero, che ha smesso di amare Lula e vuole lasciarla, in un momento d'ozio viola quel diario: e vi legge che Franz - il suo straordinario fratello, morto prematuramente e ritenuto quasi un santo - aveva cercato a lungo, con accanimento e addirittura con violenza, di sedurre Lula.
Ma era vero, proprio vero? Per Piero diventa un'ossessione quotidiana, dentro l'alloggio gremito di decori consunti dove continua a vivere con Lula - arcana donna bambina - fingendo che nulla sia accaduto e nulla stia per accadere. Un'ossessione che lo accompagna negli incontri con Candida, la vestale dai capelli indomabili di cui s'è innamorato; lo segue nelle visite domenicali al padre, Giobbe decrepito e snob che siede sulle ceneri a parlare con Dio e a giocare a tressette; lo spinge ad affrontare la vedova di Franz, minuscola cattiva signora dalla voce di contralto; e persino a rivedere Giovanna, la moglie schizofrenica da cui non ha mai divorziato. Ma il dubbio diventa paura quando, nella piccola città macinata dalla storia dove abita, lui pensa all'unica figlia, Chicca: che se n'è andata in un'altra parte del mondo - proprio là sulle coste del Pacifico - e non vuole piu saperne di padre e di madre.
Si tratta anche di fare i conti col senso delle cose, con la misura del male? Dopo però, nella prospettiva del tempo, le domande relative al diario si mischiano a quelle sul misterioso naufragio, la cui immagine non vuol cancellarsi dagli occhi. Forse mischiarle è il segno dell'inguaribile ambiguità di Piero. O forse è vero, come una volta ha detto Lula, che «i misteri sono banali. E se si rivelano è solo in parte: quella che crediamo importante, magari, e non lo è». Piero comunque ritrova un tenue filo, via e-mail, con Chicca: chiedendole dell'Alice. Intanto la prospettiva del tempo fa ciò che sa fare: muta. Le cose bene o male si assestano: di come sono state rimane la memoria, il rimorso di non averle capite e d'averle perdute.

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