Le vittorie imperfette

C’è il normale fluire del tempo e poi c’è l’evento inatteso che lo interrompe, lo cambia in modo irrimediabile: ecco il punto di partenza di ogni storia che valga la pena raccontare. Poddi lo chiarisce sin dalla prima pagina e, illuminando dettagli e coincidenze, tesse la sua tela attorno ai tre secondi più complessi, contraddittori e ingarbugliati della storia dello sport. Gli ultimi tre secondi della finale di basket Usa-Urss. Non una finale qualsiasi.
Siamo alle Olimpiadi di Monaco del 1972, quando undici atleti israeliani vengono uccisi dai terroristi di Settembre nero: un lutto riassorbito in fretta, “un conflitto troppo marginale, tra un paese appena nato e uno che nemmeno esisteva”. Ma i Giochi devono proseguire, con quel match che è anche una sfida fra due superpotenze.
Molti anni dopo, inchiodato davanti a una replica di quei quaranta minuti, inghiottito dal rivoltarsi continuo dei vinti in vincitori e dei vincitori in vinti, il narratore viene sbalzato in un mondo che non esiste più, riportato alle estati dell’infanzia nel campetto di pallacanestro di Cisternino, quando ancora poteva sognare di diventare un giorno campione olimpico! Insieme a lui, seguiamo in campo Kevin Joyce – l’americano che ammutinerà la sua squadra – e il tormentato Sasha Belov, in una partita che si legge stando incollati alla pagina fino a quei dirompenti tre secondi finali. E seguiamo Kevin e Sasha anche prima, mentre si preparano per l’incontro, e poi negli anni a venire, portarsi addosso il peso di essere diventati simboli l’uno di una sconfitta impossibile da accettare, l’altro di una vittoria da portare come una condanna. Schegge di un tempo di grandi sfide che ha lasciato “un mucchio di macerie, sogni spezzati, desideri andati in fumo e cuori infranti”.

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