Il volto nascosto di Dante: Anticattolicesimo ed enigmi nella "Commedia"

Difficile trovare al mondo un autore che, più di Dante, abbia suscitato ammirazione, interesse e suggestioni, e per di più in personalità artistiche o comuni delle più diverse origini e appartenenti ai tempi più lontani fra loro.
L’attenzione degli studiosi e del pubblico si concentra specialmente sull’opera sua più grande, che da sempre fornisce spunti e suggestioni, certo non esauriti né esauribili per adesso.
Si può dire che, fin dalla prima diffusione della Commedia, ha preso avvio e non s’è mai interrotto fino ad oggi un incessante lavoro di studio, di approfondimento e di interpretazione, evidentemente suscitato dallo straordinario impianto, artistico e spirituale, del viaggio ultraterreno immaginato dalla mente del Poeta.
È, dunque, ben comprensibile come un poema così ricco e composito, ancora tanto attuale e stupefacente, per la profondità e universalità delle sue riflessioni senza tempo, sia stato oggetto di analisi anche molto distanti e contrastanti fra loro: d’altronde, è stato lo stesso Dante a definire la Commedia un’opera polisema, dotata cioè di più “livelli” di significato, di cui il livello letterale è quello di più immediata comprensione, ma anche il più superficiale.
Un’opera polisema non significa, però, che sia o debba necessariamente essere un’opera ambigua, se non altro perché dovrebbe risultare chiaro e inequivocabile il suo messaggio, almeno nell’intento di Dante, a chi possieda la giusta dose di conoscenze per decodificarlo.
Tuttavia, è per altri versi inevitabile che, laddove il suo significato non sia immediatamente scoperto perché il suo autore l’ha volutamente velato, gli interpreti finiscano per avere opinioni diverse circa la sua interpretazione.
Naturalmente, è scontato dirlo ma non inutile ricordarlo, avendo cura di attenersi a chiavi di lettura e a spiegazioni plausibili: perché, trascurando solidi appigli rispetto all’opera stessa, il rischio è sempre quello dell’arbitrio e della lettura eccessivamente personalistica o “mistificante”.
Una delle figure chiave della Commedia, ma, ancor prima, della Vita Nuova e, nonostante lo sembri di meno, anche del Convivio, è quella di Beatrice, strumento interpretativo indispensabile del messaggio dantesco: di questa, che molti studiosi intendono donna vera, o di questa “Cosa”, come molti altri la giudicano, e cioè pura forma allegorico-simbolica, esclusivo “altro da sé”, una miriade di esegeti sparsi per il mondo ha fornito, nel corso del tempo, chiavi di lettura diverse, riducibili, però, sostanzialmente a due grandi gruppi.
Chi, pur non negandone il valore simbolico o il “mascheramento” da parte di Dante, ne presuppone in ogni caso l’esistenza storicanella fattispecie con l’identificarla in Bice di Folco Portinari –, e chi, invece, afferma si tratti solo di una pura astrazione metaforica, né più né meno affiancabile, anche se di più complessa costruzione, alle figure femminili cantate dagli altri poeti del cosiddetto circolo stilnovistico-esoterico dei Fedeli d’Amore.
All’interno di questi due ampi schieramenti c’è una grande varietà di posizioni, di cui cercherò di fornire solo le linee portanti significative, per non ridurre il lavoro che propongo a una semplice quanto sterile elencazione di opinioni.
Perciò, alle interpretazioni “esoteriche” di Beatrice e dell’opera dantesca in genere, se non sarà riservato uno spazio informativo esclusivo, gliene sarà assicurato uno adeguato e il più possibile esauriente, almeno utile a farsi di quelle interpretazioni un’idea corretta: anche perché, pure altre figure di donna [...]

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