The Walking Dead: Un'apocalissi postmoderna? (Collana Ribelle Vol. 11)

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The Walking Dead: Un'apocalissi postmoderna? (Collana Ribelle Vol. 11)
Autore
Tina Benaglio
Editore
Maxangelo Edizioni
Pubblicazione
29/03/2016
Categorie
Introduzione



Opere d’arte, opere artistiche, opere musicali… Ma anche film, fumetti, serie televisive, videoclip e quant’altro: sono tutti frammenti in cui si condensa lo spirito di un’epoca. Ci dicono, infatti, come si diverte, come piange, come ride la gente di un certo periodo storico. Certo, quando passano attraverso i mass media, sono anche dei possibili condizionamenti, dato che, in questo caso, indicano ai più per cosa è giusto commuoversi, di cosa bisogna ridere, di cosa bisogna avere paura.



Resta vero che, anche quando si tratta di prodotti considerati di “bassa cultura”, essi hanno le loro radici nella parte profonda dell’animo umano. E l’animo umano non nasce e cresce nel vuoto culturale. Esso è il prodotto di una lunga tradizione. Le cui radici si perdono nella notte dei tempi.



Prendiamo, ad esempio, la serie tivù “The Walking Dead”, tratta dall’omonima serie a fumetti. Come non pensare che gli scenari apocalittici della serie non siano collegati alla dimensione apocalittica della nostra religione? E l’impossibilità di fidarsi degli stessi amici di disavventura? Non è forse ravvisabile in questo il modo di essere del nostro attuale tempo storico?



«Ragazzina! Sono un poliziotto... ragazzina, non avere paura, okay? Ragazzina... oh...». (Rick Grimes, frase di apertura della serie "The Walking Dead").



È finalmente arrivata. Le bacheche si sono riempite di anteprime, i forum hanno scalpitato. E gli ascolti ottenuti ci fanno pensare che un grande numero di famiglie si è seduta davanti allo schermo per guardarla. Stiamo parlando della seconda parte della sesta serie di “The Walking Dead”, la serie dell’AMC campione di incassi.



La serie televisiva, ideata dal regista Frank Darabont e prodotta negli Stati Uniti a partire dal 2010, è basata sull'omonima serie a fumetti scritta da Robert Kirkman. In Italia viene trasmessa, quasi in contemporanea, dalla Fox. L’odore di successo si poteva percepire già dall’inizio. L’episodio pilota ha infatti registrato 5.3 milioni di spettatori e, ad oggi, questa serie tivù si è affermata come uno dei più grandi successi degli ultimi anni.



La trama, essenzialmente, è semplice. La storia inizia così: Rick Grimes è un vice sceriffo vittima di un incidente durante uno scontro a fuoco con dei fuorilegge. Colpito, entra in coma, lasciando tra le lacrime la moglie Lori e il figlio Carl. Il risveglio, poco tempo dopo, è traumatico: l'ospedale è distrutto ed è pieno di cadaveri. Come presto Rick capirà, una pandemia ha spazzato via quasi tutti gli essere umani dal pianeta e ha distrutto ogni traccia di civiltà. La malattia, causata da un virus, conduce prima alla morte e poi scatena il successivo risveglio del cadavere, il quale diventa un morto errante che attacca e mangia i vivi. Rick sfrutterà tutte le sue capacità di utilizzo delle armi per sopravvivere. Infine troverà altri superstiti rifugiati tra i boschi. Tra questi, la famiglia e il suo migliore amico Shane. Costretti a spostarsi, presto si accorgeranno che, ancor più degli zombie, i veri nemici sono gli altri esseri umani.



Poi, lungo le varie stagioni, la cosa si sviluppa così: i sopravvissuti vengono inseguiti dagli zombie, qualcuno muore. I sopravvissuti trovano un rifugio, il rifugio viene infestato, dunque scappano inseguiti dagli zombie. Muore qualcun altro. Trovano un nuovo rifugio, ma anche questo viene infestato. Così, puntata dopo puntata. Qua e là, qualche piccolo colpo di scena e qualche problema di cuore. Insomma, in The Walking Dead non succede quasi nulla di “mai visto prima”. Eppure, malediciamo ogni finale di stagione perché dovremo aspettare un bel po’ di tempo prima di sapere come continuerà. Come mai una storia tutto sommato ripetitiva ci appassiona tanto?

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