Il carattere del ciclista

Il “Cannibale” Eddie Merckx, il più forte di tutti, e il “Pirata” Marco Pantani, un magnifico testardo che ci ha lasciato troppo presto. Beppe Saronni e la perfetta strategia della fucilata di Goodwood, Claudio Chiappucci e l’impresa tutta istinto del Sestrière. L’indisciplinato Peter Sagan e Laurent Fignon, il “Professore”. E poi l’irrequietezza dell’enigmatico Gianni Bugno, l’impetuosa forza tranquilla di Miguel Indurain, il fascino di Fabian Cancellara e la spavalderia di Lance Armstrong, al centro dello scandalo più grande della storia del ciclismo. Il pistard dal passato difficile Bradley Wiggins, icona pop che sembra uscita dagli anni settanta, e l’ipertecnologico record dell’ora di Francesco Moser, uomo che al futuro si è sempre affidato. Un campione nato nel periodo sbagliato come Felice Gimondi e un campione, Bernard Hinault, che nel proprio tempo ha dettato legge.
Che cosa hanno in comune questi assi delle due ruote? Ce lo svela Giacomo Pellizzari: ognuno, a suo modo, ha saputo rappresentare più di chiunque altro un aspetto peculiare dell’essere ciclista, ognuno ha incarnato, appunto, un carattere e lo ha portato ai suoi massimi livelli, accettandone tutte le conseguenze.
Nelle vittorie straordinarie quanto nelle sconfitte più brucianti; sulle terribili salite alpine e pirenaiche dei grandi giri come nei rettilinei finali della Milano-Sanremo o del Mondiale. Nel fango e nella polvere degli infernali settori della Parigi-Roubaix, nel vento delle côte della Liegi-Bastogne-Liegi; sull’asfalto appiccicoso per il caldo o sulle strade scivolose per la pioggia. E anche nelle cadute, quelle evitate per un soffio e quelle rovinose, che lasciano il segno nel corpo e nella mente. Emozioni autentiche che ne hanno forgiato il carattere, permettendo loro di distinguersi fra centinaia di grandi atleti. Emozioni che hanno saputo trasmettere a tutti noi che li abbiamo seguiti, ammirati e amati. Perché in fondo, ricorda Pellizzari, anche noi siamo stati come loro, almeno una volta.

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