Santuario

Siamo tra Mississippi e Missouri, nel pieno della Grande Depressione e del proibizionismo. Una casa «buia, desolata e meditabonda», persa tra boschetti di cedri e prati inselvatichiti, nasconde una distilleria clandestina gestita da una banda di magnaccia e sbandati. Qui un pomeriggio, con un accompagnatore già ubriaco, irrompe come un’aliena Temple Drake, studentessa diciassettenne «non più proprio bambina, non ancora donna». «Dritta come una freccia nel vestitino succinto», il cappellino spinto all’indietro a sprigionare «quel che di licenzioso», Temple innescherà un tragico domino di perversione e di morte. Momento fatale sarà l’incontro tra i suoi occhi «tutti pupilla» e quelli, simili a «due grumi di gomma», del capobanda Popeye, dal volto perennemente contratto nella smorfia supplice di chi si accende una sigaretta dietro l’altra – un volto corrotto che porta incisa la perdita dell’innocenza di un intero Paese. Dopo aver freddato un suo scagnozzo e deflorato la ragazza tra le mura sventrate del fienile, Popeye riuscirà a segregarla in un bordello di Memphis e a far incolpare del delitto uno dei suoi uomini; ma un beffardo contrappasso si abbatterà su di lui, lasciando il lettore scosso e attonito – perché «forse è nell’istante in cui ci rendiamo conto, in cui ammettiamo che nel male vi è un disegno logico, è allora che moriamo».

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