Confiteor: Mea Culpa

Dopo aver letto quasi d'un fiato questo racconto, mi è tornato alla mente un mio vecchio sogno ricorrente: mi trovo all'interno di una sala (forse di una chiesa o un tempio), del tutto spoglia da mobili e parature varie. Al centro della sala, illuminato dai raggi di una luce intensa proveniente dal soffitto, campeggia un sarcofago. Mi avvicino titubante e anche un po' impaurita. Scosto il pesante coperchio in marmo bianco e dentro vedo mia madre. L'abbraccio piangente e la tiro verso di me. Con mio grande stupore, scopro che sotto il suo cadavere riposa anche quello di mia nonna (la madre di mia madre). La narrazione di questo sogno può suonare strana, forse anche un po' macabra, ma condensa in sé una parte significativa del tema portante del racconto: la trasmissione per linea femminile della colpa, quella colpa atavica della quale si fanno carico le donne e non solo quelle della famiglia della protagonista: nonna, madre e figlia, ma tutte quelle discendenti di Eva che non accettano di sottostare passivamente ai dettami e agli umori egoistici di uomini che dicono di amarle, ma che in realtà le vivono come un oggetto buono fino a quando fa comodo, ma di cui disfarsi rapidamente e spesso persino crudelmente, quando questo non serve più.
Non intendo anticipare il genere di colpa che affligge la protagonista della storia, questo lo lascio scoprire al lettore. Voglio invece parlare dei luoghi che scandiscono le tappe esistenziali più importanti della sua vita.
Perché i luoghi? L'antropologia ha dedicato tanti di studi ai luoghi della memoria, quei luoghi che ripercorsi realmente o anche solo con l'immaginazione o il ricordo rievocano eventi, fatti, persone. Luoghi che si impregnano delle nostre emozioni e che rivisitati ce le restituiscono con un'intensità forse maggiore di quella originaria.
Luoghi che un'antica teoria, chiama stanze, esplicativa metafora della vita di ogni uomo. Sono le stanze in cui lasciamo qualcosa di noi, alle quali diamo un significato. Stanze della gioia, del dolore, della memoria o dell'oblio; della luce o dell'oscurità, della paura, della fuga e del ritorno, del rifugio e del conforto. Stanze che hanno un carattere che si incide in noi e condiziona la nostra relazione con l'ambiente e con il futuro. In ognuna si accede attraverso una porta e attraverso un'altra si esce. Stanze vuote o piene. Stanze che segnano un cambiamento.
Qui sono 5 i luoghi-simbolo della memoria; cinque luoghi nei quali l'autrice ha disseminato tracce della propria anima e dai quali ha portato via qualcosa: Napoli, stanza dei giochi in strada, della musica, delle radici, dei sapori dei primigeni oggetti d'amore (la famiglia), degli spazi dell'immaginazione infantile (il balcone e la corda del paniere , quella “cosa sospesa” che la univa al mondo di giù, che annullava le distanze, sempre enormi per un bambino). Un universo di umanità variegata che animava le giornate della protagonista. L'incontro con la vicina greca che consultava i tarocchi e che ha portato la magia nella sua vita, consegnandole una chiave interpretativa della realtà inedita e, a suo modo, consolatoria e salvifica.
Roma, l'adolescenza “socialmente impegnata” dei giovani degli anni '70, “divisi tra fascisti e comunisti”, persi dietro a “dissertazioni infinite sul nulla”, assorbiti da “collettivi, manifestazioni e scioperi bianchi”, il primo vero amore, la prima vera delusione.
New York, stanza dei sogni, del sogno di libertà, di fuga verso “aree inesplorate” del proprio io, la conquista dell'autonomia.
Trieste, stanza dell'amore, della passione, vissuta, in parte a distanza, segnata da partenze, “rose rosse e regali, alberghi e pensioni. Felicità pura, il sogno di ogni donna”.
Istanbul, città gemella di Napoli, stanza della luce, impregnata degli “stessi suoi odori, gli stessi colori, la stessa intensità”. Un tortuoso itinerario attraverso lo scavo, il dolore e il perdono, che ha condotto infine la nostra autrice all'espiazione della colpa originaria F.Guido

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