Correre

Oggi l’automobile è diventata un elettrodomestico e già si parla di studi avanzati che promettono, in un prossimo futuro, l’auto che si guiderà da sola rendendo del tutto marginale il contributo del pilota. Non fu così per tutto il Novecento, epoca alla quale è dedicato buona parte del narrato sportivo di Nicola Fabiano, talentuoso pilota in impegnative prove di durata degli anni ‘50 come la Liegi-Roma-Liegi e la Mille Miglia, oltre che corse in salita
famose e seducenti come la Salita delle Torricelle, la Stallavena-Bosco Chiesanuova, la Trieste-Opicina, la Bologna-San Luca ed altre ancora.
Era un’epoca in cui i piloti delle corse erano davvero i “cavalieri del rischio” perché l’Italia era povera, ferita dalla guerra, le auto erano privilegio di pochi, quasi tutti si muovevano
in bicicletta e chi stava un po’ meglio viaggiava in Vespa e Lambretta.
Figurarsi l’effetto che potevano fare due giovani che sfidavano l’ignoto andando su e giù per l’Europa con una Fiat 1100 per partecipare, unici italiani, alla mitica Liegi-Roma-Liegi del 1956 o alla Mille Miglia del 1957.
Merita davvero un’attenta lettura soprattutto il capitolo dedicato alla gara belga, inedita otografia letteraria di un’avventura a quattro ruote durata ininterrottamente quattro giorni e quattro notti, con un equipaggiamento che definire ridicolo sarebbe poco, giubbetto di tela,
un sacchetto di biscotti, le carte geografiche regalate dai distributori di benzina e un barattolo di granuli di caffeina provvidenzialmente acquistato in farmacia pochi minuti prima della partenza per restare svegli. E poi via, nella notte vellutata, su strade sconosciute,
paesi mai visti, rivali alteri che ti facevano pesare la modestia dell’auto e fors’anche l’appartenenza ad un Paese che pochi anni prima, appena undici, era uscito sconfitto dalla più devastante guerra del secolo.

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