Fine di una banda

Questa storia orbita nei più bassi strati della criminalità pietroburghese degli anni Venti, tra covi, linguaggi in codice, imprese folli e sempre perdenti. Non manca una certa storia d’amore, che vede coinvolti un detenuto politico, un capobanda distratto e una stenografa qualunque. Ha tutta l’aria di un libro d’azione, ma il mondo raccontato è umbratile e paradossale; i personaggi sono finzioni, emblemi privi di una qualsiasi consistenza corporea. Le loro azioni sono surreali, mal congegnate, equivoche. Eppure, cominciata la lettura, è impossibile fermarsi. Dietro una prova di scrittura magistrale che sembra sfruttare in una grande parodia tutta la materia disponibile nella letteratura russa degli anni d’oro, non è difficile intravedere l’inquietante enigma che incombe sull’architettura sovietica dei primi anni dopo la rivoluzione, tra la resistenza delle tradizioni morenti e l’emergere di una nuova, incerta, ma già inarrestabile tenebra.

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