I coccodrilli di Yamoussoukro

Nessuno sa quale potrà essere l’aspetto finale della strana creatura architettonica concepita dal presidente della Costa d’Avorio su istigazione di un misterioso progettista, non estraneo alle pratiche magiche tribali. E quando Naipaul riesce finalmente a raggiungere l’area, si trova davanti un paesaggio che agisce su di lui come un’allucinazione: un paio di alberghi internazionali, una moschea, un troncone di autostrada che finisce nel nulla, e sullo sfondo l’abbacinante verde smeraldo di un campo da golf miracolosamente preservato dalla polvere ocra che, a quelle latitudini, ricopre ogni cosa. Su tutto domina il palazzo del presidente, circondato da mura altissime e da un lago popolato di coccodrilli – cui un inserviente in uniforme provvede a fornire, secondo una ritualità oscura, un congruo numero di animali vivi (e non manca il sospetto che venga aggiunto occasionalmente qualche essere umano). In questo libro Naipaul ha voluto riunire i due poli dell’estraneità più ominosa e dell’intimità più dolorante. Così nel racconto vero che apre il volume ci viene mostrata l’immagine da cui ha avuto un traumatico inizio, in Naipaul, il conflitto che lo ha opposto, attraverso successive elaborazioni, al suo retaggio indiano. E non sarà facile neppure per chi legge fissare a lungo la smorfia folle di Naipaul padre, paragone del giornalismo laico e progressista di Trinidad, mentre viene costretto all’atto destinato a guastargli la vita e il lavoro: sollevare sulla testa i brandelli sanguinolenti della capra sgozzata da lui stesso durante un rito sacrificale in onore della dea Kalì.
"I coccodrilli di Yamoussoukro" è stato pubblicato per la prima volta nel 1981.

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