Mozart - La Vita - Le Opere

Tanto fu detto e scritto su Wolfango Amedeo Mozart che occorreva una scelta rigorosa, un esame attento e severo di ciò che può essere più attendibile e caratteristico per non cadere in particolari inutili, incerti e risaputi. Vedere, per quanto è possibile, il vero volto di questo genio — spesso inconcepibile — attraverso lettere, storia del tempo e dichiarazioni di contemporanei, volle un lavoro accurato, pieno d'esitazione, spesso trepido. I suoi stessi contemporanei non lo compresero per intero.Soprattutto dolorosa fu l'insufficiente stima di cui fu circondato sebbene egli avesse, in ogni momento della vita, consigli e parole per tutti. Nell'immediata vicinanza fu troppo grande, forse, il distacco fra il suo mondo esteriore e l'interiore, tra la vita intorno a lui e l'intimità sua artisticamente immensa.Qualcuno disse: Davide e Golia.Potremmo dire la sua una personalità più difficile assai di quella di Beethoven, che, blocco d'un unico contenuto, lasciò — sebbene laconico all'eccesso, — frasi che poterono essere di guida a chi lo studiò con amore. Mozart ha mille lati troppo spesso in contrasto con la vita quotidiana; vita molteplice, terrestre e celeste; alte idealità e aspirazioni complesse con concezioni di pensiero e di fede fra il bisogno d'infinita tenerezza e necessità inarticolate più per eccessiva sensibilità, forse, che per esuberante temperamento. Contrasti ancora fra l'ambiente dove fu costretto a vivere e a cui dovette obbedire con la pieghevolezza, l'arrendevolezza mite e compiacente di un'infantile confidenza e un confidente abbandono. Incoscientemente. Ingenuamente. Nell'età matura avrebbe acquistato forza ed energia per una più decisiva lotta e indipendenza; ma la morte lo colse sul limitare della virilità. Beethoven nella forza dei suoi trent'anni entrò a Vienna e s'impose alla società, alla moda, al tempo. Mozart chinò il capo, e scese nel sepolcro.Vi scendeva col cuore rassegnato e aperto — sebbene dolorante — alla fiducia in Dio, alla fede d'una vita Al di là di cui già pensava giovinetto quando veniva per la prima volta in Italia.Ora, dopo la morte la gloria. E anche l'amore, che fu la prima cosa, — forse l'unica — ch'egli chiese al mondo.Nella musica, attraverso il sordo istinto d'inquietudine e di fervore umano; egli creò col controllo della ragione anche là dove le produzioni si possono chiamare aristocratiche o galanti; ed anche in quelle eminentemente drammatiche. Non per controllo a freddo della ragione, ma per l'innato bisogno di temperanza e verecondia, di misura e straordinario senso estetico, ispirazione d'una bellezza e d'una armonia che furono il sostegno primo d'ogni sua creazione, sdegnando egli tutto ciò che poteva essere passionalità disordinata e violenta.Per quanto questa figura ci sembri popolare per gli innumerevoli aneddoti e racconti e particolari detti a sazietà con maggiore o minore riserva e rispetto del vero, essa ci sfugge per il mistero che avvolse il suo de stino. Anche nelle sue creazioni, dove si mantenne sempre sul punto di una sobrietà e riservatezza naturali, non si rivela per intero.Dedicare ora uno studio più attento, più vasto e desiderabilmente completo alle sue opere e alla sua personalità, uno studio soprattutto più amoroso per questa figura che aprì l'anima all'affetto come all'unico bisogno dell'esistenza, sarà il mezzo per avvicinarsi ad essa e comprendere, fin dove lo potranno le nostre forze, la sua immensa musicalità, la estensione e la profondità del suo mondo drammatico.Allora alla sua musica, divenutaci familiare per consuetudine e orecchio intento che abbia radice nel cuore, ci sentiremo trasportare in un'atmosfer [...]

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