Quando il pullman si fermò

A volte la vita regala preziosi incontri. A me, giornalista con quarant’anni di militanza di cronaca con una passione specifica per la cultura, questa occasione è capitata in un momento particolare della mia vita. A sessant’anni, infatti, mi sono trovato con una scelta difficile. Lasciare il mio giornale, che ho fondato nel 1993 in Romagna, e accettare da pensionato maturo, ma non ancora vecchio, la sfida di fare il direttore di un giornale sul web, di una televisione su internet e contemporaneamente, nel giro di due anni, di perdere il padre e la madre, molto anziani ma ancora attivi, autosufficienti, lucidi. Un grande dolore. Questo dolore ho voluto lavarlo in una terra dove il sangue è ancora vivo: il Salento. 
Fulvio Giaracuni è un uomo schivo, attento agli altri, capace di porsi le domande esistenziali più profonde. Scontento e inquieto per le troppe cose che vorrebbe far quadrare meglio nella sua terra. Nell’età della maturità piena aveva già scritto, sotto una forma di diario autocosciente, ricordi, pensieri, parole. Quando ci siamo incontrati a Torre San Giovanni in piena estate, lui era troppo riservato per chiedermi cosa pensavo di quelle sue riflessioni. Io, invece, fui subito convinto che l’esperienza umana, nel bene e nel male, vada raccontata. Lui mi ribatté che al massimo poteva consentire ai parenti più stretti la visione dei suoi pensieri segreti ed io invece ho insistito. 
Ho presentato, in una trentina d’anni, non meno di trecento autori. Ci sono grandi nomi della letteratura italiana, saggisti di chiara fama, ma anche scrittori e poeti misconosciuti. Il Salento magico, doloroso, a volte opprimente altre volte solare di Giaracuni doveva essere condiviso nella società più vasta, oltre quella preziosa della sua famiglia. Del resto, questo libro è una storia che odora della terra, della crescita di una coscienza, dei dubbi e delle speranze. I grandi cambiamenti avvenuti vanno testimoniati. Le contraddizioni messe in luce, le nostalgie condivise. Sarà per quel pezzo di anima mediterranea di cui sono intriso attraverso le discendenze ioniche e sicule di mio padre, sarà perché Fulvio mi ha dato la sua amicizia e l’invito a non tradire la sua terra che ho sperato che tirasse fuori il suo libro dal cassetto. Lo ha fatto con garbo e sincerità. In tal modo, questo libro sopravvivrà a lui e a me ed in qualche casa, nei fondi di qualche biblioteca, renderà più ricca la nostra memoria. Vale a dire, sopra la linea del sangue, l’eterna sopravvivenza del nostro spirito. La materia immortale di ciò che resterà di noi su questo pianeta. Forse quel poco o tanto che, al posto dei nomi e cognomi, va ricordato nella memoria di tutti.


Pietro Caruso
 

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