SARMA

L’uomo fissava il soffitto ammuffito e nero, con gli occhi spalancati e strabordanti di terrore.
La mente, ottenebrata dal dolore e dalla paura, aveva smesso di creare pensieri razionali o meno, ed era come un disco incantato in un grido continuo e muto.
Era nudo, e braccia e gambe erano immobilizzate con robusti lacci ad un tavolaccio di legno duro e ruvido, dove si era svegliato almeno un ora prima senza ricordarsi come ci fosse finito.
Due lampade dal lungo piedistallo e dallo strano aspetto funghesco, emanavano una forte luce rosso vivo e illuminavano interamente il corpo disteso sotto di loro, lasciando tutto il resto nell’ombra, comprese le figure che si aggiravano come scuri corvi attorno.
Gli occhi dell’uomo si erano sforzati per tutto il tempo per distinguerle e la sua lingua aveva più volte gridato, chiesto e infine implorato chi fossero e per quale motivo si trovasse li a subire e scoprire nuovi dolori immerso in un ossessivo silenzio. Le dita dei piedi gli erano state tagliate per prime, in un primo momento di foga che i suoi aguzzini avevano dimostrato in principio, per poi tranquillizzarsi e continuare con sadica professionalità la loro opera.
I tagli effettuati sulla carne erano stati compiuti come in uno schema prefissato che dal basso verso l’alto avevano trasformato un corpo umano tristemente magro e bianchiccio, in una tartare sanguinolenta e gemente. Nell’ atto si erano prodigate tutte e tre le figure presenti, che con le mani coperte da semplici guanti di plastica gialla, avevano impugnato delle sottili lame simili a bisturi per poi dedicarsi come api operose al loro “lavoro”. Solo le loro mani e avambracci entravano nel campo di luce, e dopo aver compiuto la loro dolorosa e rapida opera, tornavano a celarsi nell’oscurità come tentacoli venuti fuori da qualche incubo “Lovecraftiano”.
La morte nell’animo dell’uomo era sopraggiunta prima di quella fisica, quando uno dei torturatori, per la prima volta, si era esposto di più alla luce, mostrando un camice da laboratorio bianco spruzzato di sangue come un opera d’arte moderna e tenendo tra le mani un grosso martello dal corto manico. Il viso, celato da una mascherina bianca, faceva trapelare soltanto due occhi scuri pieni di determinazione, come se si preparassero a compiere una azione di assoluta importanza e necessità, sormontati da una cuffia di lana invernale che copriva il capo.
La serie di colpi che vibrò contro i testicoli dell’uomo, lo portarono ad emettere il più forte urlo che fosse scaturito da quella bocca. Il dolore fu come un esplosione, che detonata nel basso ventre si diffuse come un onda in tutto il corpo fino al cranio scuotendolo come un fuscello per poi mischiarsi alla sofferenza che il colpo successivo gli infliggeva.
Quando la figura mascherata terminò la serie di colpi, ciò che gli stava di fronte non aveva più nulla di umano, era solo un ammasso di carne, paura e dolore, che aspettava solo che il suo cuore si fermasse per l’emorragia interna che gli era stata inferta. Si avvicinò al viso del morente inchinandosi verso di lui fino a trovarsi faccia a faccia come sul punto di baciarlo. Un lieve respiro trapelò dalla mascherina, come se l’ultimo soffio vitale venisse assorbito dall’aguzzino, che, cosi come era comparso, ritornò nell’oscurità della stanza, dove il silenzio veniva rotto ritmicamente dallo sgocciolio del sangue che colava dal tavolaccio sul pavimento.

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