A un passo dalla felicità: Una resa dei conti con la depressione

“La disperazione è sempre descritta come cupa,” scrive Daphne Merkin, “quando in verità possiede una luce tutta sua, un bagliore lunare, del colore dell’argento macchiato.” A un passo dalla felicità, il vivido resoconto di Merkin su che cosa significhi soffrire di depressione clinica, cattura questa strana luce e, attraverso una coraggiosa sequenza di ricordi, ripercorre la vita dell’autrice, dall’infanzia in un numeroso clan che colpiva “l’attenzione altrui come una famiglia di potenziali vincenti, favorita dai soldi e dalla spina dorsale di una tradizione familiare ebraica ortodossa”, all’età adulta, con una figlia e un lavoro che la consacra fine intellettuale. Sebbene noi si viva nell’Era dell’Indiscrezione, dove tutti sembrano voler parlare di tutto, la depressione è ancora taciuta e stigmatizzata e chi ne soffre emarginato. A fronte di milioni di depressi, la reazione verso i malati è spesso di insofferenza: dopotutto, la depressione clinica è uno stato spesso noioso di apatia paralizzante, inarrestabile. O, come lo descrive l’autrice, un peso psicologico molto comune, normale e non esotico. Insomma, una lagna. Ma l’intelletto variegato, agile, eloquente di Merkin in lotta con questo peso fa sì che il suo resoconto non sia una lagna. È uno sguardo franco, coraggioso, egocentrico sulle esperienze di una donna, che ci rivela che la malattia mentale non è il dono indesiderato di un genio pazzo, ma una maledizione quotidiana della gente normale.

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