L'amore che cura: Perché la medicina non può fare a meno dei pazienti

Spesso si confonde la diagnosi di una malattia con la diagnosi di una persona affetta da una malattia, perdendo di vista il carattere specifico che quella malattia assume in quella persona. Ma la malattia, insediandosi in persone diverse, dà luogo a forme morbose diverse, a quadri sintomatologici diversi e, in ultima analisi, a malattie diverse. La persona, con le sue risorse particolari, le sue difese e le sue fragilità, configura la malattia in maniera assolutamente individuale. E la risposta individuale alla minaccia della malattia incide sulla presentazione clinica dei sintomi, sulla prognosi e sull’adesione alle cure. Incide sul destino della persona malata.

Allora, dimostra Giovanni Stanghellini, la persona e la sua irriducibile singolarità non costituiscono solo un’opzione etica, ma un vero e proprio vincolo epistemologico per la buona prassi della cura.

Psichiatra e psicoterapeuta, Stanghellini dedica questa sua ricerca all’integrazione tra psicologia, psicopatologia, filosofia e neuroscienze, sulle orme di Karl Jaspers, per il quale “il trattamento medico deve basarsi sulla vita non compresa”. E dimostra che, per curare la malattia, la medicina deve cessare di detestare il proprio oggetto. Deve abbandonare l’ossessione per l’astrazione e la classificazione che la vincola alla freddezza di una ragione dicotomica capace di distinguere tra sano e malato, tra esogeno ed endogeno, tra innato e acquisito, tra psichico e somatico, ma impermeabile al carattere specifico della persona e dunque della sua malattia.

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