Così giocano le bestie giovani

Nelle campagne intorno a Torino gli operai di un cantiere ferroviario rinvengono le ossa di uomini e donne uccisi con un colpo alla nuca: una fossa comune.

Il caso viene affidato al commissario torinese Arcadipane, ma rimane nelle sue mani per una notte soltanto: il mattino dopo una task force, specializzata in analisi dei siti storici, è già sul posto a requisire i reperti, che risalirebbero alla Seconda guerra mondiale.

Arcadipane potrebbe accettare gli ordini e farsi da parte, concentrandosi sulla crisi di mezz’età che lo tormenta, ma qualcosa non gli torna: troppa rapidità nello stabilire cosa sono quelle ossa e perché sono lì. Decide perciò di proseguire l’indagine in autonomia. L’analisi di un femore requisito gli dà ragione: porta i segni di un intervento chirurgico datato anni settanta.

È giunto il momento di coinvolgere il suo vecchio superiore: Corso Bramard, ora insegnante nella remota provincia torinese, ma come sempre investigatore dall’intuizione sopraffina.

Quando si scopre che il femore analizzato appartiene al principale sospettato per l’incendio alla sede torinese dell’Msi in cui restò ucciso uno dei militanti, le indagini affondano nel periodo più nero della nostra storia postbellica.

Dopo Il mangiatore di pietre e Il caso Bramard, Davide Longo torna a intrecciare al teso rompicapo del delitto la riflessione su vicende umane e politiche dimenticate. In primo piano, scolpiti dai silenzi tesi tra le loro parole, Arcadipane e Corso, due uomini e investigatori agli antipodi ma uniti dall’intuito, dal bisogno di verità e dall’umorismo.

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