Giochi cattivi

Roberto e Mario sono in quell’età in cui non si è più bambini ma non si è ancora ragazzi. È l’estate del 1981 e loro giocano a diventare grandi, a Madonna della Neve, piccola frazione di Avio, in provincia di Trento. Dividono il mondo in bambini-bambini, i più disprezzabili, come Pao­lino, il fratello di Mario, e non-bambini, come loro; saggiano la reciproca resistenza al dolore colpendosi con bastoncini di legno; stanano le bambine che frequentano una colonia dando fuoco a qualche albero intorno alla struttura; scavano una buca per saggiare le proprie paure. La prova più grande? Tentare l’ascesa fino alle Colme, una passeggiata impegnativa e pericolosa anche per gli escursionisti più esperti. Nella vacanza Roberto è accompagnato dalla nonna, i genitori sono rimasti in città perché la madre è malata, gravemente – nessuno ancora lo ha detto a Roberto, che però intuisce. Il peggioramento della salute di lei impone un rientro anticipato in città, tuttavia prima di concludere la loro estate insieme i due amici decidono di disubbidire e affrontare da soli il sentiero per le Colme, rischiando tutto, anche l’innocenza.

Trent’anni dopo, la morte del padre costringe Roberto a tornare nella villa di famiglia, scivolando in un crescendo di rivelazioni e svelamenti verso il passato che aveva rimosso, verso quell’ultima estate in montagna.

Massimo Donati costruisce un apologo perfetto sul diventare grandi, sui sensi di colpa e sulle tensioni che legano padri e figli, con un montaggio esemplare tra una narrazione distaccata e le pagine di diario del piccolo Roberto che ci portano dentro le emozioni dei protagonisti adolescenti.

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