In difesa del suicidio

“Nella storia sono così numerosi i casi in cui gli uomini hanno cercato deliberatamente
la morte, che sorge il sospetto che il desiderio di morire non sia affatto
innaturale”.
“Togliersi la vita si può davvero dire un atto “contro natura”? Sulla base di una
corretta comprensione della concezione cristiana, è lecito considerarlo un “peccato”?
[...] Quali popoli e leggi lo condannano, e per quale motivo [...]? Come è giudicato
il suicidio dalle Scritture?”.
Questi sono solo alcuni dei quesiti che John Donne si propone di argomentare
in questa sua magnifica opera. Una vera e propria apologia del suicidio
che John Donne, il quale mai ha accettato idee “preconfezionate” e che ha
sempre avuto interesse nelle controversie legali e teologiche, si propone di
analizzare senza preconcetti e pregiudizi, vagliando la sua origine e l’animo
di coloro che lo commettono.
Analizzando vari passi delle Sacre Scritture e confutando abilmente tesi di
noti filosofi, dimostrando la sua vasta cultura in ambito sia religioso che
filosofico, Donne ci farà riflettere sul suicidio aprendoci gli occhi su nuovi
punti di vista, guidandoci col suo stile fresco e scorrevole.
Un’opera rischiosa, soprattutto ai tempi di John Donne dove la Chiesa aveva
un potere predominante sulla società e la politica, caratteristica che ce la
rende ancor più affascinante.
John Donne (1572 - 1631) fu un poeta e saggista inglese, avvocato e chierico
della Chiesa d’Inghilterra. Celebre il suo sermone “Nessun uomo è un’isola”,
citato da Hemingway e da cui ha tratto ispirazione Thomas Merton per il
suo omonimo romanzo.

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