Il gioco


Paolo è un aspirante attore, Agata vuole fare la scrittrice. Vivono sullo stesso pianerottolo e sono entrambi squattrinati, senza troppe prospettive e prossimi all’esaurimento nervoso. Sono anime perse e ferite. Dall’attico del loro stesso palazzo arriva una risposta inaspettata e stravagante ai loro problemi. La dottoressa Zeta, ex psicoanalista pentita e sedicente “consulente filosofica”, li introduce ad un curioso metodo di sua invenzione: il gioco delle cinque possibilità. Il “gioco” consiste nello stilare, dinanzi a una decisione da prendere, cinque possibilità di azione, sorteggiarne una e attenersi scrupolosamente a essa, mettendo in discussione il senso del Caso e del Libero Arbitrio. La dottoressa l’ha creato per cercare di aiutare i pazienti – o “allievi”, come preferisce definirli – prigionieri della depressione, incapaci di concepire una qualche azione vitale in grado di farli risalire dal baratro. Il curioso metodo sembra funzionare: scardina i blocchi, riporta alla vita, rende possibile l’impensabile. Grazie a esso dapprima Paolo, poi anche Agata, riescono a dare più di una svolta positiva alle loro esistenze. Fino a innamorarsi, a diventare coppia, a trovarsi sul punto di formare una famiglia, di diventare genitori. Ma cosa accade quando si diventa dipendenti dal “gioco” al punto di non poterne più fare a meno, tanto da rischiare di buttare all’aria tutto ciò che si è conquistato grazie a esso? Ben presto il metodo della dottoressa Zeta rivela l’altra faccia della medaglia e la relazione fra i due giovani e la loro mentore si trasforma in un triangolo pericoloso in cui i ruoli di vittima e carnefice si alternano e scambiano di continuo. Anche perché la dottoressa, dietro la maschera impenetrabile di disincanto che si è costruita, è anche lei un’anima ferita, profondamente, e oppressa dagli stessi sensi di colpa dai quali tenta di liberare i pazienti. E non cerca, forse, che una irrazionale espiazione.

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