Il villaggio di Stepančikovo e i suoi abitanti: traduzione di Bruno Osimo


Mio zio, il colonnello Egór Il'ìč Rostanev, andando a riposo si trasferì nel villaggio di Stepànčikovo, che aveva ricevuto in eredità, e si mise a viverci come un proprietario terriero che per tutta la vita non abbia mai messo piede fuori dai propri possedimenti. Vi sono persone che sono proprio soddisfatte di ogni cosa e che si abituano a tutto; proprio così era il carattere del colonnello a riposo. Era difficile immaginare persona più pacifica e più accomodante. Se gli avessero chiesto seriamente di portare qualcuno in spalla per un paio di verste, forse l'avrebbe anche fatto: era così buono che a volte era disposto a dare decisamente tutto alla minima richiesta e, poco ci mancava, a dividere la sua ultima camicia con chiunque glielo avesse chiesto. Aveva un aspetto imponente: era alto e slanciato e aveva guance rubizze, denti bianchi come zanna d'elefante, lunghi baffi castani, una voce forte e chiara e una risata sincera e fragorosa; parlava a scatti e in fretta. All'epoca avrà avuto quarant'anni e aveva trascorso tutta la vita, si può dire quasi da quando aveva sedici anni, negli ussari. Si era sposato ancora molto giovane, aveva amato sua moglie con passione; ma lei era morta, lasciando nel suo cuore un ricordo indelebile, di riconoscenza. Infine, dopo avere ricevuto in eredità il villaggio di Stepànčikovo, che accrebbe il suo patrimonio a seicento anime, si era ritirato dal servizio e, come è già stato detto, si era messo a vivere nel villaggio insieme con i figli: Iljùša, di otto anni (la cui nascita era costata la vita alla madre) e la figlia maggiore Sàšen'ka, una ragazza di una quindicina d'anni che, da quando era morta la madre, era stata educata in un collegio a Mosca. Ma presto la casa dello zio finì per assomigliare all'arca di Noè. Ecco come accadde.

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